“Caldo,

tanto da rendere l’aria quasi irrespirabile. Marciamo su una pietraia, tra due pareti rocciose, presto arriverà il tramonto e forse ci salverà da questa estate mediorientale. La luce ha il colore dell’oro antico quando usciamo dalla gola, sulla sabbia.
Il mare, un infinito blu spumeggiante.
Ci muoviamo lungo la spiaggia, in colonna, silenziosi.
Raggiungiamo le rovine di una villa, in una piccola insenatura. I muri sono stati quasi completamente sbriciolati dai calibri 50, solo una piccola parete rimane a guardia della spiaggia, calcinata dal sole e butterata dai crateri dei piccoli calibri. Mi avvicino, appoggio l’AR 70 al muretto, lascio cadere lo zainetto, sgancio il cinturone, tolgo la giacca della “tattica”, mi siedo e appoggio la schiena al muro.
Una mano mi tocca la spalla.
“Che cazzo fai?”
“Sono stanco”
La mano mi porge un paio di pillole.
“No, mi riposo un po’. Voi andate avanti”
“Ma che cazzo dici? Ti sei fottuto il cervello? Ti sembra il momento di riposare?”
“Non è un momento, è un istante, e io voglio che si fermi”
“Sei fuori, che ti sei fatto?”
“Niente, porta gli uomini alla base, io ti seguo, tra un istante”
Insiste ancora per un momento, poi se ne va, posso quasi sentire la sua incazzatura, come se fosse un cupo brontolio.
Resto solo, il mare incendiato dal sole all’orizzonte. Prendo una manciata di sabbia e la lascio scorrere tra le dita. La luce radente fa brillare i bossoli d’ottone, disseminati sulla spiaggia, ricordo di vecchie battaglie. Una brezza gentile mi accarezza il viso sudato. Forse si può essere in pace anche durante una guerra. Forse si può fermare un istante”.

M. Medesimo, La relatività del tempo. Edizioni Amarcord

“Ah, l’orrore della guerra

 dici, si certo, in nessun altro luogo troverai qualcosa di simile.

No, i bambini che saltano sulle mine non sono il vero orrore, sono una conseguenza, e sono qualcosa a cui, in qualche modo, ci si abitua, così come al dolore delle madri.

Già, chi le costruisce e chi le posiziona, chi lo permette, certo, queste persone sono orribili. Ma, ascolta, cosa penseresti di persone che spingono i bambini sulle mine e poi scommettono se sopravviveranno o quante gambe perderanno? Ti sembra orrendo? Si? Eppure anche questo non è l’ Orrore.

Immagina un uomo che scompiglia i capelli di una bambina, le regala un dolce e le sorride paterno. Immagina la stessa bambina spinta sul campo minato. Lo stesso uomo passa, vede quello che accade e tira dritto, indifferente. Eppure avrebbe l’autorità per interrompere il “gioco”, per salvare la bambina, ma non lo fa, perchè non attribuisce alla sua vita alcun valore.
Ecco, questo è l’ Orrore.”

M. Medesimo, Dialoghi con un nipote immaginario. Edizioni R.U.

“Mi chiedi come è la guerra,

 una domanda difficile, almeno quanto lo è descrivere con le sole parole la bellezza di un’opera del Caravaggio.

Si, la guerra ha una sua bellezza, del resto nulla può sfuggire ad un giudizio estetico. Il Male può essere bello, e sovente lo è.

No, non so se può essere riconosciuto in base alla bellezza, ma sicuramente può esserlo osservando i suoi effetti.

Il Male distrugge. Non credere a chi ti dice che non esiste, che è qualcosa di simile al freddo, un assenza di altro, la mancanza del bene. Il Male non è il nulla ma tende al nulla.

No, ha poco a che vedere con la sofferenza, distruggere e tendere al vuoto significa eliminare anche la sofferenza, il dolore, che fanno parte di questo universo.

Ma certo, la distruzione molte volte arreca dolore.

Penso a un grande eroe greco, alla sua rabbia dopo aver perso il suo più caro amico e alla sua orrenda vendetta.
Ma solo davanti al dolore di chi ha avuto una perdita altrettanto grande capisce cosa significhi distruggere, cancellare un futuro.

Si, si potrebbe dire anche così, che il Male sottrae il futuro, anche se in realtà il tempo non esiste e quello che tu chiami futuro è solo un altro punto dello spazio”.

M. Medesimo, Dialoghi con un nipote immaginario. Edizioni R.U.

“I giovani mi domandavano

cosa era la rivoluzione, contro chi doveva combattere un rivoluzionario. Allora rivolgevo a loro la stessa domanda, chiedevo chi fosse il nemico da affrontare. Molti dicevano lo stato, il governo, altri il capitalismo, i padroni, pochi parlavano di una classe, della borghesia, alcuni davano risposte fantasiose, anche divertenti.
Quando tornava il silenzio prendevo la parola e dicevo loro quale era il primo nemico da combattere: il luogo comune.
Un nemico terribile, perché non può essere falsificato, perché sopravvive all’ evidenza, perché può essere creato e usato per controllare le folle.
L’ uomo non cambierà mai, i ricchi rimarranno ricchi e i poveri resteranno tali, la donna è fragile e deve essere protetta, gli immigrati sono violenti, gli ebrei sono avidi, se metti la gonna corta te la cerchi, i politici sono ladri, il mondo si divide in furbi e in stupidi…
Il luogo comune crea fratellanza, chi lo confuta e disvela viene considerato un folle, un disturbatore e un mentitore.
Sovente il luogo comune sarà preferito alla verità, perché rassicurante, comodo come un paio di vecchie pantofole.
Un rivoluzionario combatte il luogo comune, consapevole che da molti sarà considerato un eretico o un distruttore, e lo combatte con le armi del dubbio e della scienza…”

M. Medesimo, Ricordi senili di un vecchio comunista. Edizioni Rimedio Universale

“Ricordo un inizio di agosto,

l’anno era forse il 2013, caldo e opprimente. Nell’ afa pomeridiana riflettevo sulla bellezza del verso endecasillabo, sulla sua musicalità. Gli accenti sulla sesta sillaba e decima oppure quarta, ottava e decima oppure quarta, settima e decima. Sorrisi pensando a chi si credeva poeta e confondeva rima e metrica. Ma c’erano anche quelli che confondevano la politica con i partiti e la democrazia con la libertà. Furono questi ultimi che spensero il mio sorriso e quello di molti altri…”

M. Medesimo, Memorie entropiche. Edizioni Ludovico Arrosto.

“La fine del cosiddetto berlusconismo

e del suo ultimo interprete, il premier espresso dal nuovo centro democratico: Matteo Renzi, non avvenne per calcoli politici, prese di coscienza…avvenne per un motivo semplice e perfino banale: l’ incapacità di mantenere un adeguato livello di “panem et circenses”. Tuttavia non ci furono moti rivoluzionari, ad esclusione di alcune rivolte isolate, ma un progressivo spostamento dell’ elettorato verso i nuovi partiti di estrema…”

Frammento di registrazione digitale. Pianeta 4897/us. Razza umanoide di tipo a/4. Inviato dall’ archeosonda Gahuger

“La condanna di Berlusconi

fu anche la condanna dei vecchi partiti di ‘sinistra’ e di ‘destra’. Ciò non incise minimamente sull’ economia italiana, ormai decisa dalla macronazione europea. Alle elezioni del giugno 2014 si affermò il nuovo partito di centro che governò assieme alla nuova destra. Le vicende italiane furono tuttavia del tutto marginali nello scontro fra macronazioni emergenti e declinanti, anche se il territorio della penisola fu conteso aspramente per la sua posizione strategica e nel 2022 passò definitivamente sotto il controllo della Nuova Repubblica Democratica Cinese. Intanto il “mondo digitale” continuava la sua evoluzione…”

Frammento di registrazione digitale. Pianeta 4897/us. Razza umanoide di tipo a/4. Inviato dall’ archeosonda Gahuger

“Nel web 3.0

si accentuò e infine prevalse la “logica del beduino”. I rapporti di “amicizia” e sostegno reciproco poterono così essere riassunti:

L’amico del mio amico è mio amico

L’amico del mio nemico è mio nemico

Il nemico del mio nemico è mio amico

Il nemico del mio amico è mio nemico

Assistemmo ad un regresso della società, abilmente pilotato dalle Zaibatsu che dominavano la rete. Infine i grandi social si disgregarono e dalle ceneri sorsero piccole tribù digitali, perennemente in lotta e costantemente impegnate ad acquistare risorse e ‘armi’ digitali…”

Frammento di registrazione digitale. Pianeta 4897/us. Razza umanoide di tipo a/4. Inviato dall’ archeosonda Gahuger

“Ricordo

l’ inizio del nuovo mondo, l’inizio della fine dell’ umanità. Era l’ estate del 2013, ricordo l’afa e il caldo insopportabile, il tweet di una giornalista, l’ hashtag: ‘I banged James Deen #troughglass’ Era stato girato il primo video porno usando il prototipo degli occhiali che cambiarono la nostra storia. L’attrice se li fece prestare dalla giornalista, poi iniziò la sua performance. Tutto fu abbastanza noioso e sembrò non avere futuro, invece era IL futuro. Quando la giornalista tornò a casa e indossò gli occhiali si accorse che l’atto sessuale era rimasto registrato, poteva essere “rivissuto”, anche se solo visivamente. Era l’alba del web 3.0, della produzione e della vendita di emozioni. Ora, mentre combatto la seconda guerra empatica, tutto sembra lontano e sfumato …”

Frammento di registrazione digitale. Pianeta 4897/us. Razza umanoide di tipo a/4. Inviato dall’ archeosonda Gahuger

Miracapì!

Così lo chiamavano, e lui sorrideva, felice di poter aiutare. Quando era arrivato vestiva una divisa lacera, gli occhi colmi di paura, solo, che tutti gli altri si erano persi o erano stati presi dai tedeschi. Era un ragazzo alto, con i capelli dorati e gli occhi azzurri, pareva lui stesso uno di quegli alleati che ora erano invasori. Non sapeva leggere e scrivere, a chi gli chiese il nome rispose: Miracapì. Dormiva nelle stalle, mangiava con la fretta di un bambino e sorrideva quando lo guardavano. Il paese gli si affezionò, lavorava senza lamentarsi, era pulito e rispettoso, forse ci fu anche chi un po’ lo amò.
Un giorno Miracapì era vicino alla strada, riparava uno steccato, e non si accorse che erano arrivati uomini armati. Quando lo salutarono lui sorrise e si presentò. Alcuni risero sentendo quel nome buffo, ma il loro comandante era serio, sapeva che un uomo in più avrebbe fatto comodo. Così quel giorno Miracapì divenne un combattente, orgoglioso nel dirlo e nel precisare che lui combatteva per la libertà. Ora aveva un fucile a tracolla e tre bombe a mano appese alla cintura. Controllava le strade, fermava i pochi carri e chiedeva documenti che non sapeva decifrare, così li guardava e poi sorrideva facendo cenno di passare. La gente ora non chiedeva il suo aiuto, e qualcuno lo guardava con sospetto.
Arrivò l ‘ inverno e un camion di tedeschi. I nuovi compagni prepararono un imboscata e li catturarono. Miracapì portò loro da mangiare e sorrise a quei ragazzi che parlavano in modo incomprensibile.
Arrivò il comandante e disse a Miracapì di prendere il mitra, poi fece cenno ai tedeschi di alzarsi e tutti si diressero verso il vecchio camposanto.
I sei nemici rimasero lá, l’ uomo serio e il ragazzo tornarono.
Altri tedeschi arrivarono e ci furono anche italiani.
Miracapì non sorrideva più e di notte tremava anche quando era accanto al fuoco.
Venne la primavera e il ragazzo posò il fucile, sganciò le bombe dalla cintura e se ne andò.
Era una notte senza luna, i fossi erano coperti dalla prima erba, Miracapì cadde malamente.
Un uomo lo trovò il giorno dopo, vide un animale spaventato, ma riconobbe chi gli aveva falciato il grano.
Quando arrivò il comandante ci furono brusche parole, ma l’uomo non consegnò Miracapì. L’uomo era rispettato e temuto, da quel momento Miracapì divenne il suo garzone e nessuno lo infastidì.
Gli anni passarono e il ragazzo crebbe, ma non sorrideva più, ora era serio come il suo vecchio comandante.
Poi arrivò un bambino, il nipote del padrone, e Miracapì si affezionò, a suo modo. Quando tornava dai campi portava strani sassi, curiosi animaletti, e li regalava al bimbo.
Altri anni trascorsero, il padrone, che mai aveva voluto essere così chiamato, morì e Miracapì si ritrovò con una piccola casa e una pensione.
Visse in tranquillità, lavorando un po’ nei campi, contento quando il bimbo, ormai adulto, andava a trovarlo.
La scorsa settimana ha lasciato la sua casa. Credo che ora sia felice e immagino il suo sorriso quando sente chiamare: Miracapì!