La Bhagavadgita è

sovente considerata come un testo che mostra come vivere liberi dagli affanni e in pace col mondo esteriore. In realtà è una piccola parte di uno spelendido poema di guerra, che introduce una mitologia feroce e spietata. Gli insegnamenti che il dio Krishna impartisce all’eroe Arjuna sono un incitamento all’andare in battaglia libero da ogni freno morale e inibitore.
In tutto il poema ci sono poi passi che fanno rabbrividire, come: “Un sovrano che cerca la prosperità non deve esitare ad uccidere il figlio, il fratello, il padre e l’amico, se uno di questi o più di uno gli intralciano la strada…Non esistono particolari creature chiamate amici o nemici. Le persone diventano amici o nemici a seconda delle circostanze…Senza evirare i nemici, senz commettere numerose crudeltà, senza uccidere creature viventi, come fanno i pescatori con i pesci, non si può conquistare la prosperità”.
Della ferocia dell’ Antico Testamento ho gia detto (beato chi prenderà i tuoi pargoli e li sbatterà contro la pietra).
Ma, nonostante queste mitologie di guerra, il credere in una divinità finisce per esercitare un certo controllo sugli uomini, che si sottomettono a regole e precetti.
Tutto ciò è sempre stato presente in passato nella vita dell’ uomo, in forma di idea (mito) di un Dio o di divinità superiori, fino alla seconda guerra mondiale.
Quando i nazisti e i sovietici si scontrarono a Stalingrado il mito della divinità era fortemente indebolito. I tedeschi iniziavano a credere in un Übermensch che non necessitava di un dio, i russi provenivano da una rivoluzione che “negava” l’esistenza di una divinità.
Così i combattenti finirono per “adorare” l’unica creatura soprannaturale sopravvissuta: la Morte.

Ho acquistato una MdP,

ovvero una macchina del pane.

Ho deciso di effettuare un test con una semplice ricetta per la produzione di un chilogrammo di pane morbido con leggera doratura. Per prima cosa ho collegato la MdP ad un watttmetro, così da poter calcolare il costo dell’ energia elettrica occorrente.

Poi mi sono procurato gli ingredienti: 600 gr. di farina, 320 ml. di H2O, due cucchiai di sale marino, un cucchiaio e mezzo di zucchero, due cucchiai di olio d’oliva e una bustina di lievito secco.
Ho versato tutto nell’apposito contenitore, l’ho inserito nella MdP, ho scelto un programma e ho schiacciato Start.
La macchina ha lavorato per 3 ore e 18 minuti, con un consumo di 0,4 kWh ed un costo di 0.032 €.

Il pane aveva un ottimo aspetto, morbido così come preventivato e con un buon profumo.

Ovviamente l’esame visivo, tattile ed olfattivo era insufficiente, quindi ho effettuato alcuni assaggi, che hanno confermato la bontà del pane. Il test principale è stato condotto utilizzando un salame “fatto in casa” ed è stato brillantemente superato.

Il costo complessivo è stato di circa un euro, utilizzando farina biologica e olio di qualità, credo che si possa scendere fino ad un costo di 0,6 euro. Ora mi dedicherò alla preparazione di pane alle olive e alle noci, che dovrò testare a fondo.
Ah, come bevanda ho utilizzato birra Moretti “classica”. :)

“Gott ist tot”

“Dio è morto. Dio resta morto. E noi l’abbiamo ucciso. Come potremmo sentirci a posto, noi assassini di tutti gli assassini? Nulla esisteva di più sacro e grande in tutto il mondo, ed ora è sanguinante sotto le nostre ginocchia: chi ci ripulirà dal sangue? Che acqua useremo per lavarci? Che festività di perdono, che sacro gioco dovremo inventarci? Non è forse la grandezza di questa morte troppo grande per noi? Non dovremmo forse diventare divinità semplicemente per esserne degni?”

Così diceva Friedrich Nietzsche, ma la sua era una affermazione prematura.
Dio è certamente morto, ma fu ucciso a Stalingrado.
E se si distrugge la fede, se il mito del dio salvatore viene meno, cosa rimane?

Seguendo l’esempio

di Imp, posto anch’io la vignetta creata da Zerov.
Devo dire che ultimamente l’editoria a pagamento e gli ebook mi inquietano un po’. :(

Life eternal

A dream of another existance
You wish to die
A dream of another world
You pray for death

To release the soul one must die
To find peace inside you must get eternal

I am a mortal, but am I human?
How beautiful life is now when my time has come
A human destiny, but nothing human inside
What will be left of me when I’m dead?
There was nothing when I lived

What you found was eternal death
No one will ever miss you

(Dead)

Il Libro dei Mutamenti

è un testo cinese molto antico, conosciuto anche come I-Ching. Ne ho sentito parlare molti anni fa, leggendo un libro di Philip Dick: La Svastica sul Sole (spero abbiate già letto i libri di Philip, soprattutto se vi piace il “fantastico”). Utilizzando tecniche abbastanza semplici è possibile ottenere responsi oracolari, a partire dagli esagrammi e dai commenti riportati nell’ I-Ching. Ovviamente per avere risposte occorre porre delle domande, ma già millenni addietro si sapeva che la mente dell’uomo non è interamente soggetta ad un controllo cosciente. Questo, in pratica, significa che quando si pone una domanda ce ne possono essere altre che si formano nella nostra mente, ma di cui non ci rendiamo pienamente conto e non siamo in grado di esprimere. Però l’oracolo risponde ugualmente a queste mute interrogazioni. Questo è uno dei motivi per cui è difficile interpretare correttamente i responsi.
Anche gli scrittori, come tutti gli esseri umani, non sono pienamente consapevoli dei loro processi mentali, e per questo in ciò che scrivono è possibile che ci sia più di quanto volevano raccontare.
J.R.R. Tolkien conobbe l’orrore della guerra, partecipò alla battaglia della Somme, uno dei più grandi massacri nella storia dell’umanità. Nel suo libro più famoso, il Signore degli Anelli, si riflette in modo evidente la sua esperienza militare, e su questo aspetto molti hanno scritto, a volte interi saggi. Io credo che con quest’opera monumentale (che vi consiglio, benchè sia assai noiosa) Tolkien tenti una riscrittura della mitologia di guerra nazista, pur essendone solo parzialmente conscio. Tuttavia riesce solo in parte a costruire una nuova narrazione, o, per meglio dire, una narrazione che “imprigioni” l’inconscio collettivo. Questo “fallimento” è dovuto al mutamento occorso all’interno dell’inconscio, in gran parte derivante dalla battaglia di Stalingrado. Ma dovevano passare ancora  diversi anni affinchè chi non aveva vissuto quell’esperienza potesse accedere ai nuovi miti, attraverso l’opera degli artisti.

L’ultimo libro di Herman Hesse

è Das Glasperlenspiel, ovvero Il Gioco delle Perle di Vetro, ne consiglio la lettura, anche se non sono d’accordo con il pensiero dell’autore, però è un libro che fa molto riflettere.
Hesse immagina un piccolo stato, la Castalia, dove un ordine monastico si dedica all’apprendimento e all’arte, ogni “branca” del sapere è studiata da monaci in essa specializzati e guidati da un Magister. La disciplina più esclusiva,  che gode di maggior considerazione ,è il Gioco delle Perle di Vetro, ed il Magister Ludi, colui che avvia e guida il gioco, è la più alta autorità. Il gioco non è mai chiaramente spiegato, ma sappiamo che consiste nel mettere in relazione le diverse discipline, la matematica con la letteratura, la musica con la pittura e così via. I giocatori utilizzano “perle” di conoscenza e con esse creano mirabili strutture, ma dette strutture debbono essere assolutamente oggettive. E’ dunque evidente che si possono usare tutti i miti che scaturiscono dall’ incoscio collettivo, così come i simboli universalmente riconosciuti. Non si possono invece usare esperienze e associazioni soggettive. Se ben ricordo Hesse fa l’esempio del profumo dei fiori di sambuco, che un concorrente associa ad un periodo felice, ma non può usare nel gioco perchè solo per lui la felicità è evocata da tale odore.
Torniamo a Stalingrado, e pensiamo alle emozioni provate da alcuni, di fronte ad una bellezza improvvisa e inaspettata. Queste emozioni, queste esperienze emotive e sensoriali, sono destinate a produrre nuovi significati, ma non possono ancora essere spiegate e condivise, non possono entrare a far parte di un Glasperlenspiel, non possono essere l’oggetto o il soggetto di una narrazione. Entrano nel grande mare dell’ inconscio collettivo ma non possono essere comprese da chi non ha vissuto in un contesto simile a quello della battaglia di Stalingrado. Le persone “normali”, e anche molti che hanno volutamente dimenticato, e hanno riacquistato freni inibitori, condizionamenti e paure che non permettono la comprensione. Ci sono però gli artisti, e c’è anche il continuo mutamento della società, dovuto a spinte economiche e tecnologiche. Nell’attesa sembra che la mitologia di guerra nazista sia quella che avrà più “fortuna”, ma…

Parliamo di estetica,

un po’ “alla buona”, senza complicarci troppo la vita, poi torneremo a Stalingrado ed infine ascolteremo un po’ di musica metallica.
Se ci domandano cos’è il bello, una delle prime cose che ci viene in mente è l’associazione bello/piacevole. Non è insensato pensare che il bello sia qualcosa di piacevole e che l’arte sia la rappresentazione della bellezza e dell’armonia, però è certamente assai riduttivo. Rimaniamo comunque sul concetto di bello, e facciamo una domanda: un corpo umano smembrato è bello? Molti risponderebbero di no, e direbbero che non può esserlo, poichè la sua visione non è piacevole, ma al contrario provoca disgusto e orrore. Alcuni potrebbero obbiettare che la domanda è troppo generica, occorrerebbe stabilire in che contesto è inserito il corpo, quale mezzo si utilizza per mostrarlo, ecc… Però se gli si mostrasse un cadavere fatto a pezzi rimarrebbero comunque turbati, in ogni caso. Questo succederebbe per molti motivi, tra i quali: il nostro istinto animale legato alla sopravvivenza, infatti un tale scempio potrebbe significare le vicinanza di un predatore, la paura derivante dall’ immedesimarci con ciò che vediamo, lo sconcerto provocato dalla decostruzione di un oggetto abituale e a noi molto simile, e così via.
Tuttavia in determinate circostanze è possibile che tutti questi “condizionamenti” svaniscano e i cadaveri assumano addirittura una valenza positiva, pur non essendo ancora esteticamente neutri (passatemi questa espressione). Ad esempio mio nonno e un suo amico furono gli unici supertiti di un assalto condotto da un migliaio di persone, proprio perchè si nascosero sotto un cumolo di corpi dilaniati. Per loro, in quel momento, i cadaveri rappresentarono la salvezza. Una “questione di vita o di morte” ci permette dunque di  “bypassare” il nostro istinto e il nostro inconscio collettivo. Stessa cosa la può fare la consuetudine, infatti il vedere continuamente corpi smembrati ci rende assuefatti. Ovviamente rimaniamo in un ambito sensoriale, di percezioni, il discorso si complicherebbe se ci fosse un coinvolgimento, pensiamo ad esempio alle giovani SS che non riuscivano a sostenere la vista delle fosse comuni e cadevano in una profonda depressione.
Ora direi che possiamo concludere dicendo che in una guerra è possibile che la percezione del circostante non sia più “filtrata” dai condizionamenti e dall’ inconscio, o quantomeno lo sia in modo molto minore. Quando questo accade a persone dotate di una particolare sensibilità artistica, intesa come capacità di cogliere un particolare e da questo ricavare un’emozione, allora possiamo iniziare a capire come qualcosa che sia percepito dai più come sconvolgente ed orrendo, sia per loro intriso di una potente bellezza.

Naturalmente, come ho già detto,

non ci fu solo una risignificazione a Stalingrado, la mia interpretazione “complessiva” della battaglia è talvolta più mistica che scientifica, in questi post concentro la mia attenzione solo su un particolare aspetto.

Bene, ci tenevo a ribadire il precedente “concetto”, ora provo a proseguire.

A Stalingrado, nel furore della battaglia, molti simboli acquisirono nuovi significati, gli uomini risero di cose spaventose e innominabili, l’umorismo si manifestò nella sua completa crudeltà, la stessa morte fu oggetto di scherno ed i combattenti persero gradualmente la capacità di compassione. L’empatia fu sacrificata sull’altare dell’entropia. Ma non si giunse ad una pazzia generale o ad una confusa anarchia. Nuovi miti e nuovi eroi cominciarono a diffondersi, a volte grazie al sagace intervento di alcuni comandanti e commissari politici. Nikita Krusciov che in seguitò diventò segretario generale, usò la figura del cecchino e ne fece un simbolo di eroismo. Uomini come Zajcev divennero leggende conosciute da ogni soldato, e contribuirono a cementare la resistenza. Anche il ruolo della donna cominciò a mutare nell’inconscio collettivo,  ci furono eroi costruiti su un modello maschile, ma interpretati da donne. Non più madri o amanti, ma guerriere. Certo, non assunsero gradi elevati, ed è noto che alcune furono oggetti sessuali destinati agli alti gradi, ma per la prima volta fu possibile pensare alla donna in termini di parità. Immaginate dunque che potente sconvolgimento si venne a creare nell’ inconscio collettivo, ovvero nella sede di tutti i miti, un maelstrom che deformava e distruggeva. Ma per tutti coloro che sopravvissero ci fu un momento in cui le acque dell’inconscio si placarono e consentirono una nuova, pur sempre distorta, falsa, visione della Realtà. Compresero che il denaro era un simbolo che aveva perso il suo significato, e lo sostituirono col sangue. Ci furono anche alcuni uomini, non molti, che andarono oltre, uomini che si erano liberati da ogni condizionamento, che videro con chiarezza una parte della Realtà, senza alcuna finzione. Difficilmente in seguito ne parlarono, ben consci del pericolo, perchè pochi avrebbero compreso che nel centro dell’inferno avevano visto cose terribili, ma di una bellezza straordinaria, e se ne erano perdutamente innamorati.

Il 23 agosto 1942

la sedicesima Panzer-Division si posizionò a nord del Volga, tagliando fuori da ogni aiuto la città di Stalingrado. Nel pomeriggio iniziò un devastante bombardamento della Luftwaffe. Nella notte Stalin telefonò al comandante delle truppe sovietiche, maresciallo Erëmenko, dicendogli, sostanzialmente, di resistere o morire.  Ebbe così inizio l’apocalittica battaglia per la conquista della città di Stalingrado. Il centro abitato si trasformò in breve tempo in un vero e proprio inferno, si combatteva casa per casa, avvolti dal fumo e con il costante sottofondo degli scoppi delle bombe e dei proiettili delle artiglierie. Difficile anche solo immaginare cosa “videro” i difensori, quasi impossibile, per i sopravvissuti, anche raccontare un simile evento, se non sotto forma di un elenco di accadimenti.
Possiamo però ipotizzare e stabilire alcuni ragionevoli “dati di fatto”. In un tale scenario l’uomo è destinato ad essere sopraffatto dagli eventi, diventando incapace di agire, e quindi destinato ad una morte più o meno rapida, oppure riesce a trovare una “ragion d’essere” in ciò che accade, e quindi agire di conseguenza, in quest’ultimo caso le azioni saranno volte, inizialmente, alla pura sopravvivenza. In questa prima fase i freni inibitori del tempo di pace si allentano fino a scomparire, le regole da seguire si semplificano e anche il pensiero si depura ritornando ad una primitiva ed animalesca struttura, senza tuttavia ridursi a puro istinto. Credo sia evidente che di fronte ad un panzer che avanza non si può  riflettere con calma, ma si cerca un’arma adatta, e, in mancanza, si cerca un nascondiglio o ci si dà alla fuga.
Anche il tempo assume un particolare significato così come la comunicazione, che deve essere priva di fraintendimenti. Ecco dunque che il linguaggio si semplifica e il vecchio Crono torna a divorare tutti gli altri dei, allo stesso modo i miti sono fagocitati dall’istinto di sopravvivenza e solo alcuni sopravvivono, seppur modificati.
Ma quali miti sono destinati ad essere forgiati da un simile inferno? Qual’ era la “narrazione” ?
Possiamo iniziare a riflettere su una famosa frase: il tempo è denaro, che a Stalingrado si trasformò in: il tempo è sangue.