racconto natalizio…che poi alla vigilia rileggerò, correggerò, inserirò in un pdf assieme ai vostri e posterò…insomma ci facciamo un ebook dei poveri
Il freddo cominciava a farsi sentire e doveva sforzarsi per controllare il tremito del suo corpo. Per un momento pensò che non era stata una buona idea nascondersi in mezzo ai cespugli di quel piccolo parco. Poi vide le luci della villa iniziare a spegnarsi e la sua determinazione ritornò, assieme al sollievo per una lunga attesa che stava per finire.
Aveva preso la decisione due giorni prima, quando aveva sentito la conversazione di alcuni uomini che si erano fermati accanto alla misera roulotte di suo padre.
Avevano descritto la grande dimora in periferia, discutendo della possibilità per un ragazzino di entrarci durante la notte. Si potevano fare parecchi soldi, dicevano, in quella casa c’erano gioielli e quadri di grande valore. Dovevano solo trovare qualcuno abbastanza minuto per passare dalla breccia nel muro di recinzione.
Il resto non sarebbe stato difficile, in quella villa abitavano solo un uomo e la figlia malata, accudita da un infermiera, che passava la notte addormentata davanti alla televisione.
Quando gli uomini se ne erano andati lui aveva già deciso: sarebbe andato da solo, la notte di Natale. Sapeva che sarebbe riuscito a passare, era un ragazzino magro e con un po’ di fortuna sarebbe ritornato con i gioielli.
Sorrise pensando a come sarebbe stato contento il vecchio quando avrebbe visto il bottino.
Si spostò leggermente per evitare che le gambe si intorpidissero, ed una fitta di dolore gli ricordò la notte precedente, quando suo padre era rientrato ubriaco e lo aveva colpito.
Sapeva di averlo deluso, non era mai riuscito a diventare un buon borseggiatore, non aveva nemmeno successo come mendicante. La gente si ritraeva da un ragazzino dai capelli scuri arruffati e dagli occhi neri, pieni di rabbia.
Ma adesso le cose sarebbero cambiate, all’alba suo padre avrebbe visto di cosa era capace. Lo avrebbe guardato con rispetto, non gli avrebbe più detto che sarebbe stato meglio che la sua mamma fosse morta prima di darlo alla luce. Non lo avrebbe più picchiato.
Ancora una volta il dottor Dominici sentì la belva agitarsi nel profondo del suo cuore. Da quando Giovanna era morta il dolore non l’aveva mai lasciato, a volte sembrava assopirsi e scemare, ma poi si risvegliava mordendo e lacerando con ferocia.
I momenti peggiori erano quelli in cui faceva visita alla loro figlia Elisa: tredici anni, quasi alla fine della sua vita.
Ma c’erano cose che un uomo non poteva evitare, doveri da compiere.
Così, come tutte le sere, si alzò ed andò ad augurare la buonanotte alla sua unica figlia.
Entrò nella stanza e salutò l’infermiera: “Buonasera signora Maria, com’è andata la giornata?”. Lei, una donnina di mezz’età, gli rispose, come sempre, facendo un breve riassunto della giornata. L’uomo l’ascoltò distrattamente mentre cercava dentro di sè la forza di girarsi e guardare la figlia. “… e, come le ho già detto, la nuova carrozzina va molto bene, così siamo potute rimanere fuori un pochino più a lungo” concluse l’infermiera.
Marco Dominici si girò ed il suo cuore gridò rabbioso quando vide la figlia.
Quanto assomigliava a Giovanna, troppo, il dolore si mosse e gli sussurrò che Dio era stato ingiusto, gli aveva preso una moglie e lasciato un simulacro che moriva giorno per giorno, che gli ricordava…
“Dio dammi la forza” pensò e la sua voce risuonò dura quando disse, sforzandosi di sorridere: “Allora, Elisa, mi pare che la giornata sia andata bene…..”.
Quando finì le solite frasi di circostanza l’uomo quasi sospirò per il sollievo, a mala pena ascoltando la risposta della figlia. Poi se ne andò augurando la buonanotte, odiando il momento in cui sarebbe tornato, odiando se stesso.
Ormai solo due finestre erano illuminate, era dunque il momento di agire.
Il ragazzo si tolse il giubbotto imbottito di giornali ed il secondo maglione, che aveva indossato dopo essere entrato dalla breccia.
Si mosse silenziosamente, avvicinandosi al porticato che correva lungo un lato della villa. Rimase immobile accanto al tubo della grondaia che saliva verso il tetto.
Non sentiva ancora il rumore della televisione, forse aveva anticipato troppo.
Il freddo lo morse e, per distrarsi, pensò alle vetrine illuminate per il Natale, alle persone che entravano nei negozi scegliendo i doni. Anche lui domani avrebbe fatto un dono a suo padre. Il sommesso cicaleccio di un programma televisivo lo riscosse, l’infermiera doveva essere scesa al piano terra. Si arrrampicò usando la grondaia, giunse sul tetto del porticato. Si mosse con cautela fino ad una finestra buia, estrasse dalla tasca un grosso cacciavite e la forzò. Aspettò per un istante tendendo l’orecchio, poi scavalcò il davanzale ed entrò. Chiuse gli occhi per un minuto e poi li riaprì, un vecchio trucco per abituarsi all’ oscurità.
Ma dovette comunque muoversi a tentoni, tastando la parete fino a quando sentì la maniglia di una porta.
L’aprì in silenzio ed entrò richiudendola, tolse di tasca una piccola torcia e l’accese.
Era in una camera da letto matrimoniale, che pareva non essere usata da molti anni.
Si avvicinò alla cassettiera e cominciò a frugare, quando aprì il secondo cassetto ansimò per la sorpresa, era pieno di scintillanti gioielli.
Prese una spilla a forma di angelo, tempestata di diamanti e zaffiri, sicuramente di grande valore.
Improvvisamente sentì un rumore di passi, perse la testa, spense la torcia ed uscì in corridoio. Si rese immediatamente conto di aver fatto una cazzata quando vide l’ombra salire dalle scale illuminate. Indietreggiò istintivamente, sentì sotto la mano una maniglia, la girò ed entrò.
Lo sconforto l’invase, suo padre aveva ragione, era un incapace, era entrato nella camera della malata, e probabilmente tra poco sarebbe entrata l’infermiera.
La vide distesa nel letto, illuminata dalla fioca luce che proveniva dal display di una strana macchina.
Si avvicinò, incuriosito suo malgrado, e vide una ragazzina che lo fissava con due occhi profondamente blu, i biondi capelli sparsi sul cuscino.
“E’ bellissima.” pensò il ragazzo, poi notò la sottile mascherina trasparente che le copriva il naso, collegata alla macchina.
“Mi serve per respirare” gli disse Elisa con voce lenta e roca, che sovrastava appena l’ansito dell’ apparecchiatura accanto al letto.
Lui non rispose, rimanendo a fissarla con la bocca semiaperta, attonito.
Lei valutò per un attimo quello strano ragazzo, dagli occhi neri come la notte: “Sei un ladro” disse con calma, e quando lo vide trasalire sorrise ed aggiunse “Non preoccuparti, l’infermiera non verrà, ora sta andando a prendersi una coperta per tenersi calda giù in cucina, lo fa sempre. Ma tu come ti chiami?”. Non ricevette risposta, continuò:”Capisco, non ha importanza, io mi chiamo Elisa. Quella che hai in mano è una spilla che piaceva molto a mia madre sai? Quando è morta mi sarebbe piaciuto averla, ma mio padre non ha voluto”. Vide il ragazzo arrossire e venire verso il letto, allugare la mano, un po’ incerto, ed appoggiarle la spilla sul petto. “Scusa” le disse con un sussurro “me ne vado via subito, ho fatto uno sbaglio a venire qui”. “No” rispose la ragazza “rimani ancora un momento, per favore. Non verrà nessuno, ti prego.”
Rimase incerto per un momento, poi d’impulso si sedette sulla sedia accanto al letto.
Elisa sorrise dolcemente ed il ragazzo pensò che fosse la cosa più bella che avesse mai visto.
“Sai” disse lei con fatica “sono sempre sola, mi fa piacere aver un po’ di compagnia, io non dormo molto. A volte ho paura che se lo faccio non mi sveglierò più.”
“Senti male?” chiese lui vergognandosi subito dopo per la sua curiosità.
“No” disse lei “sono solo sempre molto stanca e non posso muovermi, ho una malattia, si chiama distrofia. Di giorno esco un po’ con una carrozzina speciale, mi accompagna l’infermiera. Vedi mio padre è sempre molto impegnato e poi…sai, credo che lui non mi voglia troppo bene, credo che gli faccio un po’ paura. Ma raccontami qualcosa di te, io faccio un po’ fatica a parlare, dimmi com’è la vita di un ladro.”
Ed il ragazzo le parlò, inventando una vita in cui era rispettato dal padre ed ammirato da tutto il campo nomadi.
Il tempo passò ed il ragazzo si interruppe, la sua mano lasciò dolcemente quella di Elisa, non ricordando quando l’aveva afferrata.
“Ora devo proprio andare” le disse.
“Oggi è Natale” gli rispose “vorrei farti un regalo, prendi la spilla”.
“Non posso” disse lui con fermezza.
“Sei un ladro strano sai? Allora ti regalo la mia catenina, ti porterà fortuna, prendila”.
Il ragazzo le sorrise e le slacciò con delicatezza la catenina con il piccolo crocefisso d’oro, poi si diresse verso la finestra.
“Tornerai?” gli chiese lei con un sussurro “Potrai venire di mattina, dirò che sei un mio amico.”
“Sì” fu la risposta.
Il dottor Dominici fece colazione in fretta, l’attendeva un’intensa giornata di lavoro, forse una scusa per non passare il Natale in casa.
Si vestì, prese la valigetta ed andò a salutare la figlia. Al mattino era ancora più difficile per lui, l’infermiera era in cucina a sorseggiare un cappuccino, e doveva affrontare sua figlia da solo.
“Farò in fretta” pensò mentre entrava nella stanza.
Guardò Elisa e le parole gli morirono sulle labbra, vedendo la spilla della moglie che brillava sul petto della ragazza.
Improvvisamente il dolore si sciolse dai ceppi a cui l’aveva legato e lo travolse.
Lasciò cadere la valigetta e scoppiò in un pianto disperato, inginocchiandosi e tenendosi la testa tra le mani.
Non sentì la figlia che lo chiamava, preoccupata, e continuò a singhiozzare per alcuni minuti, disperatamente. Quando smise si asciugò il volto con la manica della giacca, si alzò ed andò verso la figlia, che lo guardava stupita, le prese la mano e disse: “Oggi lasciamo la giornata libera all’ infermiera, credo che le farà piacere trascorrere il Natale in famiglia. Starò io con te.”
Lei sorrise ma si rabbuiò quando il cellulare squillò.
Sentì suo padre rispondere seccamente:” Dica Alberti…si, una brutta faccenda…sì…ha fatto bene…no, non sarò in ufficio, passo il Natale con mia figlia…chiami il vicequestore, si grazie, auguri anche a lei.”.
Mario Dominici guardò Elisa sorridere e per la prima volta, dopo la morte della moglie, sentì che poteva ancora essere felice, per tutto il tempo che Dio gli avrebbe concesso.
Il commissario Alberti intascò il cellulare pensando al suo superiore ed amico: il questore Dominici. Era la prima volta che gli sentiva dire che avrebbe passato del tempo con la figlia, bene, ne era contento, quell’uomo meritava un po’ di serenità.
Invece quel pezzo di merda che era davanti a lui meritava solo di crepare soffrendo.
Lo sentì farfugliare di nuovo riguardo alla refurtiva che quell’ingrato non voleva dargli.
Si rivolse ai poliziotti dicendo: “Portate via questo bastardo, prima che gli spacchi la faccia”. I suoi uomini trascinarono quel disgraziato fuori dalla roulotte.
Alberti attese l’arrivo della scientifica, anche se non c’erano molti dubbi su quel che era successo. Gettò uno sguardo al cadavere del ragazzino, raggomitolato sul pavimento, ammazzato a forza di botte. Vide che stringeva ancora nella mano insanguinata una catenina con un piccolo crocefisso.
Sospirò, estrasse il cellulare, chiamò la moglie e le disse che purtroppo non avrebbe fatto in tempo per il pranzo di Natale.

Articoli
Molto bello Val, ma per un racconto di Natale speravo tanto in un lieto fine…non puoi fare proprio niente per il ragazzino? Please…
21 dicembre 2008 @ 14:57
J.galbreth: il finale è meno triste di quanto sembri…presto i due ragazzi si rivedranno
21 dicembre 2008 @ 15:14
Val, non mi hai convinto, salvo qualche rara occasione non vedo un lieto fine nella morte. Come ho già detto in precedenza, non è che la morte sia un grossissimo problema per chi se ne va, ma chi resta? Il papà della ragazza? Non poteva crepare il bastardo che ha ammazzato di botte il figlio? Sì, lo so…poco verosimile. Ma è Natale.
Comunque il racconto è bello, mi piace il tuo stile asciutto al punto giusto ma comunque evocativo. Anche se noto sempre un tocco di amarezza in ciò che scrivi. Ma forse sbaglio.
21 dicembre 2008 @ 15:28
j.galbreth: intanto grazie per l’apprezzamento, troppo buona.
E poi..beh, hai ragione, in tutto quello che scrivo c’è un tocco di amarezza, forse di disperazione.
Mi piace parlare della morte come unico mezzo perchè si compia il destino, si avveri il desiderio.
In questo caso solo in un modo i ragazzi avrebbero potuto nuovamente incontrarsi, liberi dalle catene e dalle limitazioni di questo mondo.
21 dicembre 2008 @ 15:50
Me lo leggerò dopo con calma. Non so se farò in tempo a fare un racconto natalizio. Semmai riciclo quello vecchio. ^^
X-Bye
21 dicembre 2008 @ 19:59
Che dire, complimenti davvero. Una storia breve ma intensa, e riesce ad essere toccante senza essere stucchevole come molti altri raccontini natalizi, per così dire, “preconfezionati”. Il finale è a sorpresa e lascia una nota di amarezza… però devo ammettere che è proprio questo a rendere la storia una storia “non convenzionale”! Bravo davvero, mi è piaciuta.
21 dicembre 2008 @ 20:15
Imp: ok
Laura: sono contento che ti sia piaciuta.
21 dicembre 2008 @ 21:56
Io invece diko finalmente qualcosa di non banale!Va benissimo kosi!
22 dicembre 2008 @ 01:23
Bellissima e tristissima… mi piace!!
22 dicembre 2008 @ 11:11
Anche a me piace molto, e il finale è come doveva essere.
22 dicembre 2008 @ 12:17
Mi è piaciuto molto, però che finale triste…era il padre del ragazzino che doveva crepare! sisisi
22 dicembre 2008 @ 12:38
Voto 9/10
doveva essere un lieto fine e quindi anche Elisa doveva morire, così almeno sarebbero stati insieme. Non che lei abbia molte speranze di sopravvivere a lungo, ma… complimenti, caro consigliere. Proprio un ottimo lavoro, come sempre.
Ora dimmi, hai detto che dobbiamo raccoglierli poi tutti insieme questi racconti. Ma quante righe in linea di massima deve essere? Cioè, dammi un limite, non vorrei ritrovarmi a scrivere un romanzo. Anche perché lo devo scrivere oggi. (Ho deciso di scrivere una cosa molto personale, te ne renderai conto leggendo)
Buona giornata
22 dicembre 2008 @ 13:36
Khyber: bene
Tanabrus: ottimo, vedo che anche a te la tristezza non fa “paura”
Jo: anche tu a sfavore del lieto fine
Kia: peccato che nella realtà quei tipi li se la cavano quasi sempre
Thirrin: non c’è limite…, cerca di essere “stringata” se vuoi…altrimenti va bene il romanzo
@tutti: grazie per aver “apprezzato”
22 dicembre 2008 @ 16:45
ehi, ho apprezzato anche io!! >:(
sei riuscito a combinare qualcosa per quanto concerne il dvd?
22 dicembre 2008 @ 20:25
Aster: alla fine l’ho ordinato su ibs…incrocia le dita
22 dicembre 2008 @ 22:52
ma tu sei un angelo!! sono commosso
22 dicembre 2008 @ 23:00