mi hanno inviato un po’ di interessante materiale riguardante la letteratura giapponese (grazie LiciaL ;) ), leggendolo mi è venuta voglia  di “riscrivere” una storia giapponese, rendendola più “occidentale” e magari dal punto di vista dei comprimari.
Naturalmente ho dovuto prendermi parecchie “licenze”, ma ho cercato di essere il più possibile comprensibile.
Ecco la prima parte:

“Akiko!”, il grido penetrò nel suo sogno, si domandò chi poteva essere quella stupida che la stava disturbando proprio in quel momento. Il giovane samurai le aveva appena accarezzato la nuca e ora…
“Sbrigati!” urlò la propietaria della locanda “Ci sono ospiti, persone di riguardo che arrivano da Kyoto. Samurai che vogliono lavarsi, vai a prendere le yukata!”.
La ragazzina si alzò di colpo dal vecchio futon e si vestì affannosamente, indossò un paio di pantaloni al ginocchio ed una giacchetta, si legò in vita una stretta obi rossa e cercò di mettere in ordine i capelli legandoli con un nastro. Andò a prendere alcune vesti riservate agli ospiti di riguardo, e le sistemò su un panchetto vicino all’ entrata del bagno, accanto ad alcuni semplici indumenti color grigio tortora, ordinatamente piegati. Riconobbe i vestiti del giovane ronin che era arrivato la sera precedente.
Arrossì, suo malgrado, e si diede mentalmente della stupida, una ragazza come lei non doveva farsi illusioni, nemmeno se si trattava di un samurai senza padrone, poco più che un ragazzo.
“Guardate amici miei, un grazioso fiorellino ci ha portato le vesti!”.
L’esclamazione, pronunciata da una voce arrogante, la fece sobbalzare. Si voltò e vide tre uomini elegantemente vestiti, dal portamento capì che erano guerrieri, e lo sguardo cattivo di quello che pareva il capo la spaventò.
“Ah, il piccolo fiore rabbrividisce,” rise l’uomo “non aver paura non ti useremo per adornare la nostra stanza”.
I suoi compagni risero sguaiatamente e iniziarono a spogliarsi, Akiko fuggì con le guance in fiamme.
Entrò nella cucina e quasi si scontrò con Kocha, l’anziana massaggiatrice cieca.
“Bambina mia, cosa succede?” le chiese gentilmente, passandole una mano sul volto, “Sei spaventata, hai incontrato i samurai di Kyoto?”.
“Si” rispose la ragazza stringendosi le mani “Sono terribili Kocha-san, feroci guerrieri, hanno occhi che ti guardano come se…come se…”. Si interruppe, rabbrividendo.
La vecchia sorrise e con voce tranquilla le disse: “Non preoccuparti Akiko-chan, a volte si incontrano uomini che sono simili ai cani di un villaggio. Abbaiano con ferocia, avanzano in gruppo e spaventano i viandanti meno avveduti. Ma scappano davanti al bastone e si possono blandire con focaccine dolci”.
“Capisco, Kocha-san, cercherò di essere cortese con loro, senza avere paura” rispose la ragazza “Ma non sarà facile, hanno davvero un aspetto terribile!”.
La voce della cieca si fece seria: “Sono i lupi che devi temere, bambina mia, sono dominati dalla loro natura feroce, e non possono essere ammansiti”.
“Farò attenzione” promise la ragazzina, riprendendosi dallo spavento, “Hai visto il ronin che è arrivato ieri? Lui si che è una persona gentile ed educata. Credi che voglia andare ad offrire i suoi servigi al principe Yagyu?”.
“Può darsi, ma in tal caso dovrà rivolgersi al figlio maggiore. E’ da tempo ormai che il nostro signore si è ritirato nella sua casetta, sulle pendici della montagna”
“Dicono che sia stato un grande guerriero, forse il più grande” interruppe vivacemente la ragazza “Ho sentito dire dalla padrona che riceve ancora innumerevoli sfide”.
Si interruppe per un attimo poi riprese: “Forse sono venuti per sfidarlo. Credi che accetterà? Ogni tanto so che si avvale dei tuoi servizi, secondo te lui è un lupo?”.
“Quante domande bambina mia” rispose la vecchia “Non dovresti andare al pozzo a prendere l’acqua? Altrimenti la padrona ti sgriderà”.
Akiko assunse un’espressione imbronciata, poi si ricordò della richiesta che le aveva fatto il giovane ronin.
“Kocha-san, il giovane arrivato ieri mi ha chiesto se conoscevo un buon massaggiatore. Io gli ho detto che tu saresti andata da lui stamattina. Ti prego, non chiedergli molti soldi, fammi un favore e io ti porterò un po’ di dolci dalla cucina, tutte le sere”.
“Vuoi dire che li ruberesti per me” rispose l’anziana allegramente “Va bene, non far quella faccia, andrò da lui e gli farò un prezzo speciale. Ora però va a sbrigare le tue faccende”.
La ragazzina sorrise felice, il brutto incontro di poco tempo prima già dimenticato, si inchinò e corse via.
Di ritorno dal pozzo fu apostrofata dalla padrona della locanda: “Metti giù quei secchi e vai dai nobili signori di Kyoto. Hanno chiesto di te per una commissione, sbrigati”.
Akiko si sentì un po’ in ansia quando spostò lo shoji ed entrò nella stanza. Pensò a quanto le aveva detto la sua vecchia amica e s’impose di rimanere calma.
“Vieni qui ragazzina” comandò il più anziano, l’uomo dallo sguardo cattivo, porgendole una pergamena. Lei la prese, inchinandosi rispettosamente, ed ascoltò: “Voglio che tu la porti al principe Yagyu, e non ritornare senza una risposta”.
La giovane fece per allontanarsi ma il samurai le afferrò un polso: “Ma prima potremmo bere un po’ di sakè assieme”.
La paura l’invase, cercò di divincolarsi e gridò.
Dalla stanza accanto giunse una voce tranquilla: “Vi pregherei, nobili signori, di fare meno chiasso”.
Quello dei tre uomini più vicino al pannello divisorio lo spostò con violenza, rivelando il ronin tranquillamente seduto, intento ad intagliare una piccola statuetta.
Lo squadrò con un cipiglio feroce e parlò aspramente: “Chi sei tu, sudicio ronin, per disturbare il mio signore Denshichiro? Vuoi forse che ti mozziamo la lingua?”
Akiko singhiozzò, ora avrebbero ucciso il ragazzo e sarebbe stata colpa sua.
Ma il ronin chinò il capo e continuò a rifinire la piccola immagine della dea Kannon. Il samurai, rosso per la collera, mise mano alla spada ma il suo signore lo richiamò: “Lascia perdere Ryu, è chiaro che si tratta di uno stupido vigliacco. Ci sporcheremmo tutti col suo sangue inutilmente”. Lasciò la ragazza che si affrettò ad andarsene, seguita dalle risate degli uomini.
Sulla via che portava alla montagna immaginò di fuggire, ma riconobbe quasi subito che si trattava di una stupida fantasia. Lei era la figlia di un traditore, venduta come serva alla locandiera, avrebbe dovuto trovare la forza di uccidersi. Quando la strada cominciò a salire le lacrime scesero sulle sue guancie.

La vecchia entrò nella stanza del ronin inchinandosi rispettosamente: “Buongiorno giovane signore, in cosa può servirvi questa umile persona?”.
Fu sorpresa quando sentì l’educata e rispettosa risposta, forse Akiko aveva ben giudicato quel giovane. Lo pregò di svestirsi e di sdraiarsi sul futon, così lei avrebbe potuto dare sollievo alle sue spalle indolenzite, così come egli chiedeva.
Gli si inginocchiò accanto e appoggiò le mani sulla schiena del ragazzo. Sentì subito la lunga cicatrice, poi saggiò i muscoli lungo la spina dorsale e trasalì, immobilizzandosi, per un istante. “Fate onore alla vostra arte” le disse il giovane pacatamente “Le vostre mani vedono meglio degli occhi della maggior parte delle persone”.
“Siete venuto per incontrare il principe?” chiese la vecchia.
“Si” fu la semplice risposta. La massaggiatrice riprese il suo lavoro, in silenzio.