il mio racconto. Il finale mi è venuto molto più giapponese di quanto mi sarei aspettato. ;)

Quando arrivò a destinazione Akiko aveva ormai smesso di piangere, desiderava solo portare a termine in fretta la sua missione.
La “casetta” in cui si era ritirato Sekishusai, principe Yagyu, era in realtà un piccolo castello abbarbicato alle pendici della montagna.
Uno dei due samurai di guardia all’ ingresso scoppiò a ridere vedendo la ragazzina e l’apostrofò: “Cosa abbiamo qui? Una ragazza che ha indossato lo jinbei del fratello e viene ad arruolarsi?”.
Akiko si sentì invadere nuovamente dallo sconforto, lei non era null’altro che un essere ridicolo e inutile.
“Vengo dalla locanda” disse con voce tremante “Ho un messaggio per il principe, da parte di alcuni nobili signori, che vengono da…”, si impappinò non riuscendo a continuare. La guardia allungò la mano: “Allora dammi la pergamena che porti e vattene!”.
“Devo avere una risposta” incominciò a dire la ragazza, e si rese conto di aver commesso un errore. Il samurai divenne rosso per la collera: “Piccola sudicia serva, il principe non deve niente a nessuno, egli è il signore di questa terra e tu sei meno che sterco nei suoi confronti”.
Akiko pensò che ora avrebbe sguainato la spada e l’avrebbe uccisa, chiuse gli occhi e chinò il capo.
“Otaguru!”, il capitano quasi sputò il nome della guardia “Da quando sei tu che decidi al posto del tuo signore!”.
“Perdonate capitano” fu la deferente risposta, seguita da un inchino “ma avrete voi stesso sentito l’insolenza della ragazza, ma se ho sbagliato la mia vita è nelle vostre mani. ”.
“Non dire sciocchezze” fu l’aspra risposta “E’ solo una bambina. E tu, ragazzina, come ti chiami?”.
“Akiko” fu l’esitante risposta. Sentendo il nome il volto del capitano si contrasse in una smorfia: “Seguimi, ti condurrò dal maggiordomo del principe”.
Salirono una lunga scalinata che li portò su un’ampia terrazza, occupata da un vasto giardino. Lo attraversarono in silenzio, raggiungendo una piccola pagoda. Il samurai bussò discretamente alla porta, che dopo poco si aprì e ne uscì un anziano dignitario.
“Shoda-sama” esordì il capitano inchinandosi con grande rispetto “Questa serva della locanda Wataya ha un messaggio per il principe”.
Il maggiordomo scrutò la ragazza con occhi penetranti, ne chiese il nome, e, sentitolo pronunciare dal capitano, le fece cenno di entrare congedando al contempo il comandante della guardia.
La guidò attraverso alcune stanze in penombra, fino ad un’ampio salone. Sul fondo, vicino ad una finestra, vide un uomo che stava disponendo in un vaso dei fiori: peonie. Pensò che fosse un anziano cameriere, il suo kimono non portava alcuna decorazione, ma quando si avvicinarono vide il primo dignitario inchinarsi.
Allora capì che si trovava di fronte al signore del Koyagyu, si prostrò a terra, tendendo davanti a se la pergamena.
“Pare che tu abbia un messaggio per me bambina” le disse il suo signore con tono cortese “Puoi alzarti, qui non siamo a corte, ed io ormai non mi occupo più direttamente del mio feudo”
Akiko si alzò esitante, davanti a lei stava un uomo che aveva superato la mezza età, ma dallo sguardo fermo e dal portamento energico.
La sorprese domandandole: “Vieni dalla locanda vero? Kocha-san mi ha parlato di te”.
Il rispetto con cui il principe parlava della sua vecchia amica la stupì e replicò esitante: “Mio signore, sono onorata che conosciate quest’ umile persona. Io…”.
“So chi sei” la interruppe il nobile con voce severa “So che sei la figlia del nobile Asano Naagakira noh Minowara, che tradì Tokugawa Ieyasu, e fu da lui ucciso durante la grande battaglia di Sekigahara. In seguito i suoi figli fecero seppuku, secondo l’ordine impartito dal loro signore Ieyasu. Tu eri una bambina e fosti venduta alla locandiera”.
Akiko impallidì per la vergogna, il suo feudatario conosceva la sua debolezza, chinò il capo: ”Mi spiace di aver disonorato la vostra casa con la mia presenza. Me ne andrò subito e aspetterò davanti alla porta del vostro castello”.
“Non dire stupidaggini, bambina” la interruppe nuovamente il principe “Ero un buon amico di tuo padre, anche se questo non vuol dire che io perdoni il suo orribile tradimento. Ora dammi il messaggio”.
Lei gli tese la pergamena e lo osservò mentre la leggeva, la sua espressione si faceva sempre più cupa.
Quando finì la lettura si rivolse al suo primo dignitario: “Ah, Shoda-san, viviamo davvero in tempi di degenerazione se gli allievi della scuola Yoshioka sono diventati così scortesi. Tuttavia risponderò alla loro sfida, forse la loro arte della spada si è conservata, nonostante le pessime maniere”. Si rivolse alla ragazza, addolcendo la voce: “Aspetta nel giardino, per favore, mentre preparo la risposta. E domani raduna le tue cose, torna qui e presentati a Shoda-san. Ti troverà un posto come ancella di una delle mie figlie”.
Akiko, sopraffatta dall’emozione, riuscì solo ad inchinarsi profondamente, poi uscì, senza quasi accorgersi che stava camminando. Arrivata nel giardino si sedette su una panchetta e sospirò profondamente. Ora le pareva che tutto fosse possibile. Sarebbe diventata un’ancella, e forse il giovane ronin avrebbe trovato un posto nelle guardie. Allora l’avrebbe vista abbigliata con un bel kimono e chissà, magari l’avrebbe trovata bella. Forse se parlava con Kocha-san avrebbe potuto suggerirle di spiegare le qualità del giovane al principe.
Un sorriso felice illuminava il volto della ragazzina quando il primo dignitario arrivò con la risposta. Le porse una pergamena ed una peonia dal lungo stelo: “Il mio signore desidera che voi portiate al giovane Denshichiro la sua risposta. Si raccomanda che anche questo fiore sia consegnato, e che voi diciate che è stato raccolto dal principe in persona”.
Akiko si inchinò e prese commiato, ancora persa nella felicità del suo sogno ad occhi aperti.

Denshichiro rise sguaiatamente dopo aver letto, rivolgendosi ai suoi seguaci con voce intrisa di disprezzo: ”Il vecchio deve essersi ormai rimbecillito. Mi invita a prendere il tè in sua compagnia e mi manda uno stupido fiore. Ormai l’età deve averlo infiacchito. Non c’è motivo di restare, ci metteremo in viaggio per Kyoto oggi stesso”.
Quando li vide andarsene Akiko respirò di sollievo, raccolse la peonia abbandonata su un tavolo e, preso il coraggio a due mani, decise che l’avrebbe portata al ronin.
Col cuore che batteva forte salì le scale e bussò leggermente alla porta della stanza, chiedendo permesso. La voce gentile del ragazzo la invitò entrare.
La ragazza spostò lo shoji, tenendo il fiore davanti a sè: “Giovane signore, vi ho portato un fiore per rallegrare la vostra stanza, proviene…”.
Le parve che tutto succedesse nello stesso istante: gli occhi del giovane che fissavano la peonia, il rumore della spada che usciva dal fodero, il balenio dell’acciaio che sfiorava la sua gola, il fiore che cadeva assieme ad una ciocca dei suoi capelli.
Guardò il giovane e vide il vuoto della morte nei suoi occhi.
‘Ecco’ pensò ‘C’è un lupo davanti a me’.
Il samurai le porse il fiore tagliato a metà, lei lo prese ed un altro pensiero si affacciò nella sua mente: ‘Due tagli perfetti, impossibili su questo stelo flessibile’.
Eppure la peonia era nelle sue mani, recisa da due straordinari guerrieri.
Quando il giovane parlò il suo tono era freddo e formale: “Mi chiamo Shinmen Miyamoto Musashi. Vi prego di portare il fiore al principe Yagyu, e ditegli che per me sarebbe un onore poterlo incontrare, nel luogo e nel momento che lui deciderà”.
Allora la fanciulla capì quale doveva essere il suo futuro, onorata che quell’ uomo ne facesse parte.
Si inchinò e con voce ferma disse: “Io sono Asano Akiko noh Minowara. Esaudirò la vostra preghiera, ma anch’io ho una richiesta per voi. Desidero che voi mi assistiate come kaishakunin, al mio ritorno dal castello, nel luogo che vi indicherò”.
Musashi si inchinò profondamente: “Sarà un onore per me assistervi, nobile Asano”.

Il sole era ancora alto nel cielo quando Akiko si sedette sui talloni, in mezzo al prato che l’aveva vista giocare, quando ancora era una bimba felice.
Davanti a sé vide la vecchia Kocha cercare di assumere un’espressione impassibile, asciugandosi furtivamente una lacrima con l’orlo della manica.
Sistemò con la mano sinistra le pieghe del bianco kimono che la sua anziana amica le aveva procurato.
Percepì il silenzioso movimento di Musashi, alle sue spalle, la katana che usciva lentamente dal fodero.
Impugnò il coltello, un sorriso le illuminò il volto, sapeva che sarebbero stati due tagli perfetti.