racconto “giapponese”, spezzato in due.

Gion guardò le cinque cortigiane e pensò che tutti i suoi desideri si stavano avverando. Quando era partito dalla provincia di Tosa, assieme al fratello maggiore, i severi ammonimenti del daymo, suo padre, gli avevano lasciato poche speranze.
Cresciuto in un austera corte di provincia, addestrato all’ uso delle armi ed alle buone maniere, era arrivato all’età di quindici anni senza conoscere svaghi.
Ma appena arrivato a Kyoto, scoprì che il fratello era ben diverso da quel che credeva.
Appena arrivati nella residenza di famiglia, aveva mandato un messaggio alla padrona del Loto Profumato, la migliore casa di piacere nel quartiere dei salici.
All’inizio Gion era inorridito, certo che il loro padre e signore li avrebbe fatti decapitare. Però poi si era reso conto che le usanze della città erano ben diverse da quelle della provincia, ed aveva capito che il fratello era considerato un raffinato gentiluomo, oltre che famoso gaudente.
Ora, davanti allo spettacolo delle cortigiane di terzo rango, che giocavano alle Isolane Nude, i suoi timori si erano dissipati.
Il gioco era molto semplice, le fanciulle ballavano al suono di un flauto, quando la musica si interrompeva dovevano stare immobili, chi si muoveva pagava pegno, togliendosi un capo di vestiario.
Dopo parecchio sakè si era unito al gioco anche suo fratello, che, ormai seminudo, faceva cenno al ragazzo di partecipare.
Gion decise che prima sarebbe andato fuori a vuotare la vescica, dato che anche lui non aveva certo rifiutato il sakè, e poi avrebbe loro fatto vedere come ci si immobilizzava.
Dichiarò il suo proposito e poi uscì dalla stanza, seguito dai risolini delle ragazze e dai motti scherzosi del fratello.
L’aria fresca della sera dissipò una parte dei fumi dell’alcool, mentre usava la latrina, e Gion pensò che gli sarebbe piaciuto vedere qualcuna delle cortigiane di alto rango, si diceva fossero simili alle dee. Sospirò, quelle erano donne che si concedevano ai principi, e solo se lo volevano, cosa che accadeva molto raramente.
Uscì dal gabinetto e si consolò pensando che l’indomani avrebbe visto alcuni tra i più grandi guerrieri del Giappone. Per tutta la città erano stati appesi cartelli di sfida, gli Yoshioka invitavano un ronin di nome Musashi a combattere, in campo aperto.
Ovviamente sapeva che quel tale non sarebbe andato all’ appuntamento, visto che avrebbe significato morte certa, e certamente l’onore non doveva significare molto per un ronin.
Immerso nei suoi pensieri, il ragazzo rientrò nell’ edificio, percorse alcuni corridoi, fece scorrere la porta della stanza, e comprese che il sakè, unito al suo fantasticare, gli aveva fatto commettere un errore.
Sul tatami della stanza c’era una fanciulla di straordinaria bellezza, inginocchiata accanto ad un giovane, intento a dipingere steli di bambù su una pergamena.
Gion pensò che sarebbe stato felice di morire, se quella donna lo avesse guardato per un solo istante, così come faceva ora col giovane samurai.
Quando alzò il capo, guardando l’intruso, nei suoi occhi si poteva ancora vedere l’amore.
Il ragazzo fu travolto dall’ imbarazzo, poi gli vennero inspiegabilmente alle labbra le parole di un antico detto: “Quando siete sereni dipingete giaggioli. Prima di una battaglia dipingete bambù”.
Dopo aver pronunciato l’ultima parola arrossì, ma prima che potesse scusarsi il samurai posò il pennello, lo guardò, e disse: “Un detto che ben si adatta al mio caso, poichè domani all’alba darò battaglia”.
Gion apprezzò che il giovane fingesse di condurre una normale conversazione per toglierlo dall’ imbarazzo, si profuse in scuse, educatamente accettate e si ritirò.
Nel corridoio incontrò una servetta e le chiese di chi fosse quell’appartamento, la ragazzina rispose allegramente che apparteneva alla famosissima tayu Yoshino.
Gion si rese conto che aveva visto quella che era considerata la donna più bella di tutto il Giappone.
Capì che il suo ospite non poteva che essere il ronin che domani avrebbe sfidato gli Yoshioka. Improvvisamente si sentì triste, domani la tayu avrebbe pianto quel giovane samurai, dai modi cortesi e dall’animo gentile. A vederlo gli era parso più un artista che un guerriero, tuttavia andava certamente rispettato per il suo coraggio.
Non si sentiva più dell’ umore adatto per raggiungere le cortigiane, disse alla servetta di informare suo fratello che si sentiva poco bene e sarebbe dunque tornato a casa.