parte :)

Il sole stava sorgendo quando Gion raggiunse la piccola altura, dominata da un pino secolare. Notò che alcuni curiosi erano già sul posto, sicuramente attratti dalla possibilità di vedere alcune tra migliori lame dell’impero.
Riconobbe, tra gli Yoshioka, Miike Jurozaemon e Kobashi Kurando, famosi spadaccini.
Vicino al grande albero vide un bambino, che portava le due spade, si trattava certamente di Genjiro, il capo della casata. Nonostante la sua giovane età il protocollo esigeva che fosse presente alla sfida.
Accanto a lui c’erano lo zio Genzaemon e una mezza dozzina di guardie. In tutto c’erano un centinaio di samurai, disposti a cerchio alla base della collinetta. Il ronin non aveva alcuna speranza.
Il tempo passò e Gion sentì qualche samurai sbuffare con disprezzo, affermando che quel vigliacco di un ronin non sarebbe venuto.
Improvvisamente si udì una voce potente e venata di ferocia: “Io sono Miyamoto Musashi, figlio di Shimmen Munisai della provincia di Mimasaka. Sono venuto qui perchè sfidato”.
Tutti si volsero verso il ronin, che si avvicinava sulla strada principale, lentamente, e che, con voce ancor più possente, gridò: “Genjiro dove sei? Mi rendo conto che, a causa della tua giovane età, hai vari uomini che ti danno manforte. Io sono solo. I tuoi possono attaccare soli o in gruppo, come preferiscono. E ora si combatta!”.
Nessuno si aspettava che Musashi pronunciasse un’antica sfida formale, per un lungo istante nessuno reagì.
Il ronin estrasse due spade e si lanciò in avanti, falciò due samurai e corse verso l’albero.
I guerrieri strinsero i ranghi, per proteggere il loro signore dall’assalto.
Gion vide il ronin parare i colpi e contrattaccare, muovendosi con tale velocità che pareva avvolto da una scintillante nube d’acciaio.
Non aveva mai visto combattere in quel modo. Normalmente quando si colpiva si doveva poi riportare la lama in posizione, per colpire nuovamente.
Invece Musashi, ogni volta, faceva seguire all’affondo un colpo di ritorno. Le sue lame tracciavano nell’aria un disegno simile a due aghi di pino congiunti all’estremità, squarciando i corpi degli avversari.
In seguito il suo modo di combattere sarebbe stato formalmente chiamato Tecnica delle Due Spade contro una Forza Ingente.
L’aspetto del ronin era terribile, coperto di sangue, coi capelli irti come una criniera, e il volto stravolto dalla fatica e dalla collera.
Riuscì ad avanzare, facendo strage dei nemici, e, con un possente balzo, si portò accanto a Genjiro. Lo zio cercò di fare scudo al bambino, ma entrambi furono abbattuti da un potente colpo di spada.
A quel punto i superstiti si persero d’animo e si ritirarono, Musashi rimase padrone del campo di battaglia.
Ansando si appoggiò ad una delle spade, lanciò un’occhiata a Gion, che sobbalzò, colpito dalla ferocia che ancora aleggiava nello sguardo del ronin.
“Avete ucciso un bambino” gli disse il ragazzo, con voce percorsa da un lieve tremito.
“Ho ucciso un nemico” rispose tranquillamente il ronin, poi scosse il sangue dalle spade e s’incamminò nuovamente per la strada principale.
Gion pensò che quando fosse calata la notte la tayu lo avrebbe visto dipingere splendidi giaggioli.