davanti alla fanciulla, lasciando cadere le armi. Tutto è stato inutile. Allunga una mano, tremante, l’appoggia delicatamente sotto al mento della prigioniera, vuole vederle ancora una volta il viso, così come faceva in sogno.
La prima volta sognò di essere in una piccola radura, circondata da alberi antichi, immersa in un innaturale silenzio. Aveva paura di ciò che sarebbe emerso dal folto degli alberi, sapeva con certezza che avrebbe cambiato la sua vita.
Sentì un rumore di ramoscelli spezzati, e si irrigidì nell’ attesa, poi apparve la ragazza, vestita di rosso. Avanzava lentamente, lui vide che gli stava parlando, ma non riusciva a sentire le parole.
Si svegliò in un bagno di sudore, il cuore che batteva all’ impazzata.
In seguito sognò ancora, quasi ogni notte. A volte la fanciulla lo raggiungeva e lo prendeva per mano, lui vedeva l’ansia sul suo viso, l’urgenza di comunicare. Ma non riusciva a sentire.
Intanto la guerra infuriava. Gawain seppe che il re era stato sconfitto in più di una battaglia, dal popolo a cui apparteneva la sua prigioniera. La gente cominciava a mormorare di antiche profezie, del male che aveva irretito il loro sovrano e della fine imminente.
Al ragazzo non importava, lui non apparteneva a quella città, era stato comprato come schiavo al nord, quando era solo un bambino.
Era ossessionato dai suoi sogni, cominciò a chiedere dov’era la prigioniera, ma ottenne solo occhiate malevole e gesti di scongiuro. Continuò ad allenarsi, con furia, cercando di dimenticare, buttandosi sul letto distrutto dalla fatica, al termine della giornata.
Infine, in una notte di plenilunio, la ragazza gli parlò, e le sue parole lo colmarono di disperazione: “Aiutami, ti prego. Tra due giorni mi uccideranno. Mi tengono prigioniera nella torre”.
Poche parole, disperate.
Gawain si svegliò e seppe due cose: l’amava e avrebbe cercato di salvarla.
Alza la testa della giovane donna, i capelli ricadono ai lati, un singhiozzo scuote il petto del ragazzo, palpebre incrostate di sangue si sollevano, occhi verdi lo fissano, labbra spaccate cercano di articolare parole.
Un sussurro pieno di dolore: “Sapevo che saresti venuto”.
Gawain guarda il volto tumefatto, rigato di sangue. Abbassa gli occhi sui chiodi che la trafiggono, osserva una collana macchiata di sangue, ultimo ricordo di una dignità perduta.
Sa che non può più fare nulla, eppure sente la sua voce tremante che dice: “Ti porterò via, mia signora”.
Inaspettatamente la ragazza sorride: “Lo so. Ho saputo che mi avresti salvata quando ti ho visto. Tu sei colui che ho aspettato. Ma il tempo sta finendo. Devi togliermi…”
La porta si spalanca con uno schianto, lasciando entrare il re, seguito da un balestriere.
Il ragazzo si volta si scatto, nelle mani stringe i martelli.
“Uccidila!” grida il sovrano indicando la prigioniera. Il soldato alza la balestra e lascia partire il dardo mentre la punta di un martello gli trafigge il petto, uccidendolo.
La freccia raggiunge al ventre la fanciulla, che urla, straziata.
Il viso di Gawain è deformato dall’ ira mentre si lancia contro il re, impugnando il martello che non ha lanciato. Sa di essere spacciato contro quell’ uomo che sta estraendo spada e daga, coperto dall’armatura, ammaccata e spaccata in più punti.
I due contendenti si studiano, il sovrano domanda: “Chi sei? Sei venuto per lei?” poi ride “Capisco, la maledetta puttana ti ha attirato qui. Chissà cosa ti ha raccontato. Ti dirò io la verità ragazzo. Lei mi ha mentito ed è la causa della mia rovina, così come lo sarà della tua. Lei non è…”.
Un ringhio sordo esce dalla gola del ragazzo, che attacca, interrompendolo.
Il re si difende con calma, para con la spada il martello e affonda la daga nel fianco di Gawain, sorridendo, certo della vittoria.
Ma il suo avversario non teme la morte, si fa sotto lasciando che la daga strazi le carni, afferra con la sinistra la lama della spada, bloccandola. Il re cerca di indietreggiare, ma la punta del martello gli spacca la corazza e gli trafigge il cuore. Cade in ginocchio, cerca di parlare: “Ragazzo, tu non sai, lei non appartiene alla nostra razza…lei…”. Uno sbocco di sangue lo zittisce, sputa, cerca nuovamente di parlare, ma cade in avanti, immobile.
Gawain guarda per un istante l’uomo che ha consegnato alla morte e che, a sua volta, lo ha ucciso.
L’impugnatura della daga gli spunta dal fianco destro, la ferita è sicuramente mortale, sente le forze che lo abbandonano. Si muove con fatica, lentamente, passo dopo passo, verso la fanciulla che ama, deciso a morire accanto a lei. La raggiunge, e vede che è ancora viva, impossibile.
“Sto morendo Gawain” gli sussurra “devi fare presto. Devi togliermi la collana”.
Il ragazzo guarda quegli occhi verdi, e per la prima volta si chiede se ciò che farà è giusto.
Allunga la mano, cercando di afferrare la collana, che sembra incollata alla pelle della ragazza.
Insinua le dita sotto al pendaglio a forma di stella a cinque punte, la fanciulla urla di dolore. Strappa via il gioiello, cade a terra, sfinito, con gli occhi fissi sulla cicatrice lasciata dalla collana d’argento, quasi avesse bruciato la pelle della prigioniera.
Vede le spalle della ragazza sussultare, ma non è dolore, è una risata che esplode, piena e colma di soddisfazione.
La fanciulla alza le mani, strappando via i chiodi, afferra la freccia, la estrae e la butta. Sfila i chiodi che le bloccano le gambe, con sorprendente facilità.
Un momento dopo è in piedi, con le ferite che si rimarginano, velocemente.
Guarda Gawain, la sua voce ora è forte, piena di potere: “Sono libera, e la profezia si è compiuta. Ora aprirò le porte al mio popolo”.
Il ragazzo comprende, lei si è fatta catturare e lo ha usato, così come il sovrano aveva detto. La sua voce è solo un roco, amaro sussurro: “Ti chiedo un solo favore. Dimmi il tuo nome e poi uccidimi”.
Gli occhi verdi risplendono e un crudele sorriso incurva le rosse labbra: “Io sono Azhira, regina del popolo dei Woromir. Oggi avrò la mia vendetta su chi ci ha cacciato per secoli. Uomini meschini e malvagi. Così come è stato scritto sulle tavole di Skelos”.
Gawain vuole replicare ma il sangue perso lo tradisce, il mondo diventa buio e lui scivola nell’ oscurità.
Azhira si muove con velocità disumana, chinandosi sul ragazzo e sorreggendogli la testa, prima che colpisca il pavimento.
Lo solleva con facilità e si dirige verso la sommità della torre.
Quando arriva all’ esterno sente il clamore del suo popolo, percependo pensieri di sangue e di strage. Depone il ragazzo, seduto con la schiena appoggiata al parapetto, estrae la daga dal fianco, poi lo bacia, delicatamente, e sorride vedendolo aprire gli occhi.
In quell’ istante le nubi temporalesche si aprono e la tonda luna risplende.
Gawain osserva Azhira che si toglie la camicia, solleva il viso verso il cielo e ulula di gioia mentre il suo corpo muta.
Ora la gigantesca, nera lupa si avvicina e il ragazzo pensa che anche in questa forma è bellissima.
Le fauci si spalancano e Gawain chiude gli occhi mentre i denti si serrano sulla sua spalla.
Il dolore scorre come fuoco liquido, seguito da una sensazione di risanamento, di forza animalesca.
La ferita al fianco inizia a rimarginarsi, i lupi attorno alla Rocca ululano felici, inebriati dal massacro imminente e dalla consapevolezza che la loro regina ha trovato il suo compagno.

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… Cosa ne pensa tua moglie di tali toni cupi del tuo carattere?
22 giugno 2009 @ 18:53
Wow…stavolta ho gradito anche il finale! Si si, ho gradito assai!
Non ne sono certa, ma credo che si debba scrivere “Ora la gigantesca, nera lupa si avvicina e il ragazzo pensa che anche in questa forma SIA bellissima.”
22 giugno 2009 @ 20:57
A proposito… come si pronuncia Gawain?
giulia: si, perchè il congiuntivo è il modo della soggettività: infatti quell’affermazione è un pensiero relativo a una considerazione del personaggio
22 giugno 2009 @ 21:05
Dio, che frasi contorte, le mie.
22 giugno 2009 @ 21:06
Giulia: si, immaginavo che ti sarebbe piaciuto un finale in cui qualcuno sopravvivesse.
Di norma i verbi di “percezione e giudizio” reggono l’indicativo, a meno che non si voglia indicare un’eventualità. Però in questo caso io voglio sottolineare una certezza, una verità oggettiva.
Comunque se passa qualcuno dell’Accademia della Crusca è pregato di confermae o smentire
Aster; si pronuncia alla maniera celtica: ga-uin
Più che a una considerazione io pensavo ad una constatazione, anche se il verbo pensare, effettivamente, può dar l’idea di un giudizio soggettivo.
22 giugno 2009 @ 21:31
Ha! Ho ragione io, ovviamente u__u
Ho appena guardato un dvd che mi sono noleggiato: Licantropia. Ci sono scene simili a quelle che descrivi tu
Il personaggio più simpatico è un prete che manda tutti al diavolo
22 giugno 2009 @ 23:39
Aster: l’ultimo (anche se è un “prequel”) di un’interessante serie di film
23 giugno 2009 @ 18:35
O__o è solo un pò cupo ‘sto racconto…ma solo un pò
però che almeno qualcuno riesca a sopravvivere è cosa buona
23 giugno 2009 @ 19:16
Kia: infatti c’è un finale fin troppo lieto
23 giugno 2009 @ 20:57