Il dolore causato dalle ferite si fece più intenso quando si piegò per infilarsi gli stivali.
Lo ignorò concentrandosi su ciò che doveva ancora fare, la giornata era stata lunga e terribile ma il suo compito non era ancora finito. La grande battaglia era stata vinta ma ora era necessario frenare il saccheggio e ricondurre l’esercito sotto la consueta disciplina.
Un’improvviso clamore lo distrasse, qualcuno stava inneggiando alla vittoria cantando un rozzo inno militare. Si girò verso l’entrata della tenda e vide la ragazza rabbrividire. Si era quasi dimenticato di lei, la schiava del vecchio comandante, ora era sua assieme alla magnifica tenda ed alla responsabilità del comando. Non aveva ancora deciso cosa ne avrebbe fatto, la sua presenza lo metteva a disagio ed ancor più lo faceva il terrore che leggeva sul suo viso. Era stato gentile, come era sua abitudine, ma sapeva  che la fama di cui godeva ispirava terrore persino ai feroci Annurki. Si accorse che mentre la guardava lei era impallidita e sembrava sul punto di svenire, allora si costrinse a vincere la timidezza e le parlò: “Capisco che è compito tuo aiutarmi mentre mi vesto ma sono abituato a fare da solo. Potresti però preparami un po’ di the, per favore, lo berrò prima di uscire a controllare la truppa.”. Lei si alzò ubbidiente e cominciò a riscaldare l’acqua sul braciere rassicurata dalla consuetudine di ciò che stava facendo, lui ne fu contento e finì di vestirsi pensando all’inizio di quel giorno, quando aveva ucciso il supremo comandante.
Aveva preso la decisione all’alba comprendendo che  il vecchio Orgham non sarebbe stato all’altezza del compito assegnatogli dalla sua oscura padrona. Sapeva che non ci sarebbero state conseguenze per lui, anche se combatteva come comandante delle Guardie Nere tutti sapevano che lui era qualcosa di più che un semplice capitano.
Serviva la Nera Signora da molto tempo, in passato aveva ricoperto molti ruoli ed aveva avuto molti nomi, così tanti che a stento ricordava quello datogli alla sua nascita.
Aveva sentito i corni suonare l’adunata e con passo tranquillo si era avviato verso la tenda del comandante. Com’era sua abitudine indossava l’armatura e teneva la spada inguainata con la sinistra, pronto a sfoderarla ed a combattere in un istante. Il volto era nascosto dall’abituale maschera di metallo, nera e corrucciata, che lasciava scoperti solo gli occhi e la bocca. La grande armata stava cominciando a riunirsi davanti alla piccola altura su cui sorgeva la tenda e lui avanzò per raggiungere i suoi uomini, schierati, come loro diritto, davanti a tutti. Passo attraverso le schiere dei Gromer, grossi troll di montagna stupidi ma dalla forza immensa, poi superò i feroci ed infidi Iakari, guerrieri dalle fattezze bestiali, il risultato degli antichi esperimenti della sua Signora. Pareva quasi che un folle scultore si fosse divertito a mischiare le parti del corpo di diversi animali, creando statue che imitavano l’uomo. Solo i continui colpi delle fruste dei sottufficiali riuscivano a mantenere una parvenza d’ordine in quei blasfemi reggimenti.
Ma al suo passaggio tutti si scostavano ringhiando un deferente saluto o semplicemente uggiolando impauriti e distogliendo lo sguardo.
Poi giunse alle schiere degli uomini: gli scuri abitanti dell’assolata Nassilia, i biondi giganti della Ostsizia, gli infallibili arcieri della Numania ed i disciplinati Oveniani. Conosceva molti di quei guerrieri e sapeva che oltre a temerlo lo rispettavano ed ammiravano la sua abilità di guerriero ma non lo consideravano uno di loro.
Tuttavia lo salutarono e lui scambiò qualche parola con alcuni veterani di quella lunga guerra che insieme avevano combattuto.
Infine giunse dalla sua Guardia Nera composta interamente da Annurki, possenti guerrieri  dalle sembianze feline, ricoperti da una pelliccia il cui colore indicava la tribù di appartenenza ed il loro grado. Combattevano usando pesanti spadoni ed asce e si proteggevano indossando nere cotte in maglia d’acciaio.
Quando lo videro snudarono le possenti zanne in un sorriso e lo acclamarono con il loro grido di battaglia: “ Yr Unsul Mawer”, che nella loro lingua significa: “Per la Nera Madre”.
Lui accolse il loro omaggio esclamando: “ Goren Mawer lir oic elenai urzen” ovvero “Possa la madre concederci una morte gloriosa.”.
Mettendosi davanti a loro pensò che quei guerrieri erano la cosa più vicina ad una famiglia che lui avesse mai avuto. Per la prima volta un uomo comandava degli Annurki ed all’ inizio non era stato facile, solo la volontà della Nera Madre, che essi veneravano, gli aveva consentito il comando. Ma dopo la prima battaglia quei guerrieri lo avevano riconosciuto come loro capo, stupiti dalla sua determinazione e dalla sua spietatezza.
Improvvisamente la tenda si aprì e ne uscì il comandante scortato dai sei Annurki che costituivano la sua guardia personale. Lord Orgham indossava l’armatura da parata, scintillante d’oro, ed alzò subito una mano per imporre il silenzio.
Poi prese la parola:” Sono ormai tre anni che combattiamo contro gli eserciti dei regni dell’ ovest e numerose sono le prove del nostro valore. Oggi stiamo per scontrarci con il grosso dell’armata nemica che ci attende schierata nella pianura di Onher davanti alla città di Anilan. Ma i miei informatori mi hanno detto che il loro numero è superiore al nostro di quasi il doppio e li guida il principe Fianmir che, come tutti sanno, è il più grande guerriero dei nostri tempi. A queste condizioni la vittoria non può essere nostra e quindi ho preso la decisione di ritirarmi all’interno dei nostri territori.”. Queste prime parole suscitarono il malumore della Guardia Nera ed il loro capitano fece qualche passo avanti.
“Avete qualcosa da dire capitano?” lo apostrofò il comandante, “parlate pure liberamente ma non scordate che, pur essendo il prediletto della nostra Signora, siete sotto il mio comando.”.
Il capitano gli rispose:” Voi ragionate usando numeri e valutando possibilità, questo non è ciò che fa un guerriero ma è ciò che fa un mercante. Un guerriero combatte perchè è ciò che ama, perchè egli vive per la battaglia e muore nel suo abbraccio.”.
Il comandante lo guardò sprezzante e disse:” Non ha senso combattere quando si è certi della sconfitta. Ed oggi noi saremo sconfitti anche se venisse la Nera Madre a combattere al  nostro fianco”.
Il capitano si mosse così velocemente che per  un lungo istante nessuno capì perchè una spada spuntasse dal petto di lord Orgham che cadde in ginocchio e poi su un fianco.
Nell’ immobile silenzio che segui il capo della Guardia si avvicinò al comandante ed estrasse la spada che aveva lanciato. Poi scambiò un’intensa occhiata con gli annurki che avrebbero dovuto difenderlo e si girò verso l’armata esclamando: “ La bestemmia appena pronunciata poteva essere cancellata solo con la morte. La mancanza di fede di questo vecchio blasfemo era ormai evidente. Assumo io il comando con l’autorità conferitami dalla nostra Signora e vi condurrò in battaglia ed alla vittoria”.
L’esercito fu scosso da un ondeggiante movimento e un sordo brontolio crebbe d’intensità poi, di colpo, ci fu di nuovo il silenzio.
Dalla pozza di sangue del vecchio comandante si alzava una nera spirale di fumo che via via si ingrossava fino a prendere la forma di un’alta figura incappucciata da cui provenne una voce squillante e piena di potere, la voce della Nera Signora: “Un mio servo è venuto meno al mio volere ed ha incontrato la morte per mano del mio diletto Azael che voi conoscevate come capitano della Guardia Nera. Egli è da molto tempo il mio più fedele servitore ed in passato molto gli ho chiesto e molto mi ha dato. Oggi gli chiedo di guidare il mio esercito e la sua autorità è la mia autorità. Seguite dunque il suo comando ed avrete la vittoria.”.
La scura figura si dissolse appena pronunciata l’ultima parola ed il fumo parve vorticare attorno al nero guerriero quasi abbracciandolo poi scomparve.
Senza perdere tempo il nuovo comandante cominciò a dare gli ordini necessari e l’esercito si preparò e si mise in marcia verso la vicina pianura di Onher.
Arrivarono uscendo dal passo di Lhatr, una lunga colonna, accompagnata dai cacofonici suoni dei corni e dei tamburi degli Iakari, che lentamente si allargava in un fronte compatto formato da migliaia di guerrieri.
Davanti a loro l’esercito nemico li attendeva, immenso e scintillante, quasi interamente formato da uomini dell’Ovest a cui si era unito un solo reggimento di nani.
Prendendo la tazza fumante dalle mani della ragazza, Azael pensò che la battaglia non era stata molto diversa da tutte quelle a cui aveva partecipato. Alla fine si trattava solo di uccidere il più possibile e di essere i più determinati. L’apparizione della sua Signora aveva infiammato gli animi e lui aveva adottato una semplice strategia. Si era posto davanti all’armata e li aveva guidati in un disperato e travolgente attacco. Aveva impugnato con la destra la spada e con la sinistra un’ascia ed aveva cominciato ad uccidere cercando di raggiungere il principe Fianmir. I suoi Annurki gli proteggevano i fianchi e lui era penetrato in profondità trovandosi alla fine faccia a faccia con l’eroe nemico.
Lo scontro era stato più incerto di quanto avesse previsto, il principe era un guerriero estremamente  abile e lo sovrastava per forza ed agilità, ma era accecato dalla rabbia e dal desiderio di vendetta.
Attorno a loro la battaglia sembrava quasi essersi fermata, era come se stessero duellando nella calma dell’ occhio di un ciclone. Si scambiavano colpi con una tale rapidità che quasi l’occhio non riusciva a seguirli, il principe gli aveva già inferto un paio di ferite, dolorose ma non ancora sufficienti a rallentarlo. Però doveva porre fine al combattimento in fretta o sarebbe stato vinto, Allora, quando le spade si erano incrociate e l’ascia era stata fermata dalla daga del principe, lui aveva sussurrato: “ Tua moglie e i tuoi figli, sono stato io a dare l’ordine di impiccarli, lei ha pronunciato il tuo nome prima che la corda le spezzasse il collo.”.
Ricordava come gli occhi del suo avversario si fossero spalancati e di come lo avesse spinto via con una forza quasi sovrumana, lui aveva finto di inciampare e quando Fianmir gli era balzato addosso, stravolto dall’ ira, lo aveva colpito alla gola con la punta della spada.
Il resto era accaduto molto velocemente, caduto il suo condottiero il nemico aveva avuto un attimo di sgomento e lui ne aveva approfittato incitando i suoi annurki a gridare vittoria ed a correre verso la città. Avevano sorpassato il nemico ormai in fuga e raggiunto le porte di Anilan proprio mentre si aprivano per far entrare l’esercito in rotta, uno stupido errore che gli aveva fatto evitare  un lungo assedio.
Adesso doveva porre fine al saccheggio, anche se le ferite gli dolevano e la stanchezza gli annebbiava la mente  doveva compiere il suo dovere, non poteva permettersi di essere debole come quella ragazzina.
Si salvò solo grazie  al suo istinto ed al fatto che si era voltato per guardare la sua schiava quando aveva pensato alla sua debolezza.
Lei stava impugnando l’ascia ancora sporca del sangue del nemico e lui riuscì a deviare il suo fendente colpendole i polsi con un manrovescio. La ragazza cadde trascinata dalla violenza del colpo cercando subito di rialzarsi ma lui le diede uno schiaffo che la fece rotolare a terra semistordita mentre l’ascia le sfuggiva di mano.
Si arrabbiò con se stesso, aveva permesso che il dolore e la fatica lo distrassero e così non aveva capito che la giovane non aveva paura per sè ma per qualcun’altro, qualcuno che voleva proteggere a costo della sua stessa vita.
Sospirò stancamente e si chinò sulla ragazza prendendola tra le braccia per poi adagiarla sul letto del vecchio comandante. Prese un pezzo di stoffa e la brocca dell’acqua, si sedette vicino alla fanciulla e le inumidì delicatamente il viso togliendole il sangue che le era uscito dal naso. La guardò per la  prima volta con interesse, aveva dei lunghi capelli neri e dei lineamenti delicati, gli occhi socchiusi si aprirono di colpo e vide che erano di un verde piuttosto scuro.
Si alzò a sedere di colpo e si portò le mani al viso gemendo, lui le disse: “Sdraiati e cerca di non muovere la testa, mi dispiace di averti colpita ma non avevo scelta. Vorrei però sapere di cosa e soprattutto per chi hai paura.”.
Lei si distese con cautela ed i suoi occhi erano colmi di rassegnazione mentre gli diceva: “Vi prego, fate di me quello che volete ma risparmiate mia sorella. Io lo so chi siete ma la mai sorellina ha solo dodici anni e non merita di soffrire. Siamo entrambe devote alla Nera Signora e anche se dicono che voi siete il suo favorito lei è pur sempre una donna e…”.
“Non preoccuparti”, la interruppe,” non farò nulla alla tua sorellina, e nemmeno a te; non tutte le storie che raccontano su di me sono vere. Ora non ho molto tempo, dimmi: come vi chiamate e perchè siete diventate schiave?”.
Lei distolse lo sguardo e rispose:” Mi chiamo Eliana ed assieme a mia sorella Maev siamo state vendute da nostro padre per ripagare i suoi debiti di gioco. Lord Orgham ci ha comprate al mercato degli schiavi di Thurion e ci ha portate fin qui.” Si interruppe   e lo fissò con lo stesso  sguardo determinato di quando gli aveva vibrato il fendente poi, dopo un attimo, proseguì: “ Io non so davvero chi voi siate in realtà ma vi dico che potete divertirmi con me, il comandante mi mandava a chiamare tutte le notti ed era soddisfatto di me. Ma mia sorella è troppo giovane, è solo una bambina.”. A questo punto le si incrinò la voce e si mise a singhiozzare, lui le risistemò il cuscino, le porse un fazzoletto poi uscì dalla tenda e lei lo sentì dare ordini. Quando rientrò le disse:” Non piangere, tu e tua sorella siete fin d’ora libere e provvederò personalmente perchè in futuro non vi manchi nulla. Però vorrei che tu mi aspettassi qui, quando tornerò parleremo, vorrei che tu restassi al mio servizio. Son poche le persone disposte  a sacrificarsi, mi saresti molto utile e serviresti degnamente la mia Signora. Ma ne discuteremo in seguito e tu sarai libera di rifiutare. Tra poco arriverà tua sorella, vi ho fatto portare anche da mangiare, cenerete qui e se vi serve qualcosa ditelo all’annuko di guardia.”.
Sorrise vedendo l’espressione stupefatta della ragazza, prese la spada ed usci dirigendosi verso la città.
Il tramonto pareva incendiare le cime dei lontani monti Urdyali con fiamme simili a quelle che si alzavano dalla città saccheggiata. Azael chiamò il nuovo capitano della Guardia Nera che si affrettò ad ascoltare i suoi ordini: “ Galadir manda subito dei messaggeri in città con il mio ordine di sospendere il saccheggio e di limitarsi ad uccidere tutti i maschi sopra i dodici anni di età. Le loro teste dovranno essere ammucchiate assieme a quelle dei soldati nemici, al centro del campo di battaglia, bruciate i corpi assieme a quelli delle donne e dei bambini uccisi, non voglio epidemie. Alle donne sopravvissute voglio che sia tagliata la mano destra e cauterizzate la ferita, devono sopravvivere come esempio per i loro figli. “, L’annuko chinò la testa assentendo ma, prima che se ne andasse per eseguire l’ordine, il comandante aggiunse: “Hai combattuto con ferocia oggi e come te tutta la Guardia, avete reso onore a me e alla Nera Signora.”. Il capitano lo guardò coi suoi luminosi occhi da felino e rispose: “Siete un grande guerriero, i nemici da voi uccisi sono numerosi come le spighe di un campo di grano ed il racconto del vostro duello col principe sarà narrato per innumerevoli notti attorno ai fuochi delle nostre tribù.” poi si girò avviandosi verso l’accampamento per eseguire gli ordini.
Azael cominciò ad attraversare il campo di battaglia dirigendosi lentamente verso Anilan, ormai erano scese le tenebre e le uniche luci rimaste erano i fuochi dell’accampamento e gli incendi nella città.
Gli piaceva riflettere dopo uno scontro, camminando tra i morti e calpestando il terreno imbevuto di sangue.
A volte sentiva di appartenere più al loro mondo che a quello dei vivi, era vissuto molto a lungo, troppo per un essere umano.
Scure sagome si muovevano fra i caduti, iakari che spogliavano i cadaveri alla ricerca di monete ed armi pregiate. Lui indossava una cotta di nero acciaio, sopra a pantaloni e stivali anch’essi del color della notte, e la maschera nascondeva il pallore del viso.
I predoni notturni lo vedevano all’ultimo momento, digrignavano i denti preparandosi a difendere il loro bottino e fuggivano impauriti quando lo riconoscevano.
Si diresse nel luogo in cui aveva affrontato il principe, vide il suo corpo poco distante, lo avevano spogliato e sventrato ma il viso era intatto e si scorgeva ancora la smorfia d’ira.
Sua moglie era morta con dignità e aveva davvero mormorato il suo nome prima che la corda le spezzasse il collo. Lui non le aveva detto che avrebbe ucciso anche i suoi figli, non aveva voluto toglierle la speranza.
A volte compiere il proprio dovere era terribile ma non poteva tirarsi indietro, doveva continuare, a dispetto della stanchezza, nonostante la sofferenza della sua anima.
Un giorno la Nera Signora avrebbe trionfato ed il mondo sarebbe stato distrutto e con esso il dolore.
Continuò il suo cammino raggiungendo le porte di Anilan ed attraversandole ebbe  l’impressione che la notte si dissolvesse. Le fiamme illuminavano la via principale ed il loro ruggito si univa all’ echeggiare di urla disperate, pensò che se esisteva un inferno non doveva essere molto dissimile da una città conquistata.
Salendo lentamente verso il marmoreo e bianco palazzo che sovrastava l’abitato, incrociò drappelli di iakari  che spingevano davanti a loro donne e bambini.
Una donna che stringeva un neonato piangente lo vide e cercò di avvicinarsi, subito uno iakari la colpì duramente sul volto facendola barcollare e respingendola tra i ranghi.
Azael proseguì pensando a quale governo avrebbe insediato in quella che sarebbe stata la nuova capitale dell’ Ovenia, naturalmente prima si sarebbero dovuti ricostruire gli edifici incendiati.
Il suo sguardo fu attratto da un da un movimento nell’ ombra di un vicolo laterale, si fermò e gli parve di udire un lamento, simile all’ uggiolio di un cane ferito.
Entrò nello stretto passaggio e vide che terminava in un piccolo cortile, al centro del quale due iakari parevano intenti a tormentare un animale.
Avanzò verso di loro, incuriosito, e quando giunse a pochi passi lo videro e si ritrassero ringhiando spaventati.
Per terra una bambina si contorceva gemendo, il corpo devastato dalle torture a cui l’avevano sottoposta i due soldati che ora tremavano in preda alla paura.
Quando Azael le si avvicinò lei lo fissò con gli occhi sbarrati mentre dalla bocca spalancata continuava ad uscire un lungo ed incessante gemito che si interruppe di colpo quando la nera spada le recise la gola.
Uno degli iakari, ormai sconvolto dalla paura, emise un lungo ululato che fu udito da un annurko che entrò nella via urlando: “Maledetti bastardi che state combinando? Vi scanno con le mie mani, gli ordini sono” e si interruppe di colpo vedendo il nero guerriero.
“Infatti mi pare che i miei ordini fossero chiari”, disse con voce calma il comandante,”non tollero lo spreco di tempo e di risorse.” Poi si rivolse ai due iakari: “Chi di voi due ha avuto l’idea?”.
Non ci fu risposta ma uno dei due si lanciò disperatamente in avanti impugnando una daga. La sua testa rotolò in fondo al vicolo mentre l’arma gli sfuggiva cadendo a terra.
Azael diede una rapida torsione alla spada liberandola del sangue e si rivolse all’ annurko: “Accertati che il sopravvissuto rientri nei ranghi e dopo gli siano somministrate 30 frustate. La disciplina non deve venire meno. E fagli portare i corpi della bambina e del suo compagno alla pira più vicina.”.
L’annurko annuì con un leggero inchino e si fece da parte mentre il suo comandante riprendeva il cammino verso l’alto.
Ritornò all’accampamento alle prime  luci dell’alba, stremato ma in parte soddisfatto. Aveva fatto radunare gli abitanti superstiti davanti alle bianche ed imponenti mura del palazzo dei governatori e li aveva informati del loro destino. Gli aveva detto che ora sarebbero diventati gli adorati figli della Nera Signora ma avrebbero potuto continuare a vivere secondo le loro antiche usanze. Avrebbero anche potuto continuare ad adorare le loro  divinità ma, ovviamente, i loro sacerdoti sarebbero stati soggetti all’autorità dei servi della Dea Oscura.
Aveva continuato promettendo che l’esercito invasore si sarebbe ritirato appena fosse stato eletto un nuovo consiglio cittadino, provvisoriamente composto da donne.
Aveva assistito al taglio della mano delle prime decine di donne e poi aveva lasciato il comando a Galadir.
Ora entrò nella tenda sospirando e   sorrise vedendo le due ragazze addormentate nel suo letto; Eliana stringeva tra le braccia la sorellina che le appoggiava la testa sulla spalla, entrambe con un’espressione serena sul viso.
Azael posò la spada e si svestì lentamente, chiamò la guardia e si fece portare una tinozza piena di acqua bollente in cui si immerse lentamente.
Rimase immobile chiudendo gli occhi, assaporando il caldo e lasciando scivolare via la stanchezza, ora  doveva decidere cosa fare delle ragazze. La maggiore gli piaceva, quando l’aveva aggredito aveva pensato che sarebbe potuta diventare un ottima guerriera. Lui non aveva mai avuto pregiudizi nei confronti delle donne che sceglievano di combattere, sapeva che potevano diventare grandi condottieri e temibili spadaccini.
Un leggero rumore gli fece aprire gli occhi e vide  Eliana che gli stava porgendo una tazza fumante: “Mio signore vi ho preparato un infuso con radici di iscanico, vi darà energia.”.
Lui le prese la bevanda dalle mani e la sorseggiò in silenzio mentre lei gli diceva:” Vi ringrazio ancora per mia sorella, se volete ora la sveglio così che le possiate parlare.”. “Non essere così formale”, la interruppe,”dopotutto stavi per uccidermi e quindi credo che possiamo darci del tu. Ora dobbiamo innanzitutto decidere del vostro futuro, potreste andare alla capitale e mettervi al servizio della Dea. E non dovresti fare quella faccia inorridita mentre te lo dico, non eravate devote figlie della Dea che è donna come voi e via discorrendo?”.
“Ma, ecco, si dice”, balbetto lei in risposta, “che l’Oscura Signora, cioè la Dea, ecco richieda dei particolari sacrifici, e per me andrebbe bene ma la mia sorella.” e si interruppe arrossendo quando lo vide ridere.
“Non ti preoccupare, non credo che il sacerdozio faccia per te.”,le disse,”Mi piacerebbe che tu venissi con me e continuassi a servirmi, da come impugnavi la mia ascia direi che hai bisogno di imparare come si combatte, ed io posso insegnarti.
Però penso che tua sorella sia ancora un po’ troppo piccola per un campo di battaglia.
Credo che la manderò in una città a sud, magari la farò adottare da una famiglia che le possa garantire un buon futuro, e forse un buon matrimonio.”. “Lo so che per te è un grande dolore lasciarla,” le disse addolcendo la  voce,” se vuoi puoi andare con lei.”.
Eliana rimase in silenzio per un lungo momento e poi i suoi occhi verdi lo fissarono  e con voce ferma gli disse: “Sarà così come vuoi e tu lo sai. Sei un uomo abituato ad essere amato ed odiato e riconosci subito questi sentimenti. Verrò con  te e  soffrirò per questo. Lo so, l’ho saputo quando stamane mi sono svegliata e  ti ho visto.”.
Lui le  sorrise: “Sei ancora una bambina Eliana, è vero ho notato che ti sei infatuata di me ed ho pensato di volgere la cosa a mio vantaggio. Però sappi che lo faccio perchè credo, sento, che tu diventerai una grande guerriera e farai parte del disegno futuro, per questo ti voglio con me, non per altro.”.
Eliana si  chinò per prendere la tazza ormai vuota e mentre le loro mani si toccavano gli sussurrò: “Soffri molto  Azael?”.
Per la prima volta dopo innumerevoli anni  fu colto alla sprovvista, la piena consapevolezza del suo dolore quasi lo sopraffece e mormorò: “Moltissimo.”.
“Per questo verrò con te,” continuò  lei,” perchè quando ridi i tuoi occhi sono tristi, perchè compi cose terribili, perchè sei solo e perchè ti amo.”.
Lui continuò a guardarla, si alzò lentamente in piedi, sganciò la maschera e la tolse, il suo aspetto era quello di un ragazzo dal volto gentile.
“Io sono Azael, ho vissuto molte vite e l’ultima dura ormai da centinaia di anni, troppi. Ho combattuto e sempre combatterò affinché il male sia vittorioso e distrugga ciò che Dio ha creato. Non ho mai amato e non amerò mai e se tu mi servirai avrai da me solo dolore e sofferenza. Ora sai chi sono, sai cosa sono e sei libera di decidere.”
Lei si alzò in punta di piedi e lo baciò lievemente sulla bocca, poi si ritrasse e con voce allegra gli disse: “Chi mai può dire di essere libero? E chi mai può predire il futuro? Io ho già deciso ed ora è tempo che svegli mia  sorella e le dica addio.”.