Faceva freddo in quell’inizio del mese di dicembre , li nella città di Praga mentre stava per terminare la metà del secolo. Nel quartiere ebraico Andrea Mainardi stava correggendo alcune formule matematiche, la sua penna scorreva veloce alla luce di un lume a petrolio. Era da poco passata la mezzanotte e voleva finire almeno una parte del lavoro assegnatogli dal suo maestro e mentore: il matematico Bernard Bolzano.  Sei mesi addietro l’insigne filosofo aveva chiesto l’aiuto del suo antico allievo per completare  quella che sarebbe stata la sua opera maggiore, una rilettura dell’ intera matematica utilizzando la filosofia e la logica.
Andrea aveva immediatamente accettato, forse quel progetto avrebbe potuto distrarlo dal dolore della ferita riportata due anni prima a Custoza e che ancora lo faceva zoppicare. Magari avrebbe dimenticato anche la ben più profonda e dolorosa piaga che gli aveva inferto Luisa.
La penna smise di comporre misteriose formule mentre il giovane ripensava a colei che era stata la sua promessa sposa, ai suoi freddi occhi azzurri ed all’ imbarazzo del padre quando gli aveva comunicato la fine del fidanzamento.
Del resto poteva capire che uno sciancato, ex ufficiale di un esercito sconfitto, non fosse esattamente un buon partito.
Una fitta alla gamba sinistra lo riportò alla realtà ed egli si alzò per distendere i muscoli intorpiditi, si avvicinò alla finestra e il vetro gli mostrò il riflesso di un uomo ancora giovane, dai capelli scuri ed occhi neri e malinconici.
Si girò per risedersi al tavolo ma un rumore di cavalli lo incuriosì e ritornò a guardare nella via sottostante.
Aveva scelto il ghetto perchè gli affitti erano economici e le strade tranquille e silenziose, però ora stava arrivando una carrozza, nel bel mezzo della notte.
La vide fermarsi proprio davanti alla casa di fronte, che sapeva disabitata, e notò che il cocchiere entrava nell’abitazione. Quando le finestre si illuminarono dalla vettura scese una donna elegantemente vestita, subito raggiunta dal vetturino che si incaricò di scaricare i bagagli. Andrea sospirò, leggermente irritato, aveva notato che dopo alcuni bauli il cocchiere aveva scaricato quella che sembrava la custodia di un violoncello. Il giovane ritornò alle formule augurandosi che la donna non si mettesse a suonare nelle ore che lui dedicava al lavoro e continuò a scrivere fino alle prime ore dell’alba, come era ormai sua consuetudine.
Passarono alcuni giorni senza che nessun rumore giungesse dall’abitazione della nuova vicina ed il giovane quasi si dimenticò della sua esistenza.
Del resto doveva essere una donna molto riservata, non ricordava di averla vista uscire e nemmeno riceveva visite se non quelle di alcuni fornitori e di una domestica, che arrivava al mattino per andarsene al tramonto.
Ma una notte improvvisamente le cose cambiarono, Andrea stava scrivendo una formula particolarmente complessa  quando udì per la prima volta il suono del violoncello.
Riconobbe la musica, si trattava di una suite in re minore di Bach, magistralmente eseguita ma non per questo meno fastidiosa per qualcuno che aveva bisogno di tutta la sua concentrazione.
Il suono giungeva limpido e forte, quasi come se le finestre della casa vicina fossero aperte, cosa improbabile visto il freddo.
Il giovane si accostò alla finestra e notò che il piano superiore dell’abitazione era illuminato, guardando meglio vide la donna che suonava e le imposte erano effettivamente spalancate.
La via non era molto larga ed Andrea riusciva a distinguere i lunghi capelli neri che ricadevano sul volto della violoncellista, gli sembrò che indossasse una semplice camicia da notte.
Mentre le note si rincorrevano il giovane matematico si sentì stranamente turbato dall’ immagine di quella donna e non riuscì a riprendere il lavoro.
Ad un tratto la musica cambiò, il ritmo si fece più lento e le note assunsero un intensità ed un timbro che lui non riconobbe. La melodia era tuttavia affascinante e quasi ipnotica, il giovane si trovò a fantasticare diantiche città sotto cieli di un impossibile azzurro. Vide dimenticati palazzi ed immense sale, osservò antichi templi e sacerdoti prostrati ed adoranti davanti ad una giovane donna dai neri capelli e dai verdi occhi.
Si riscosse di colpo accorgendosi che le prime luci dell’alba entravano nella stanza, si era addormentato e quella stana musica doveva avergli provocato un incubo.
Si lavò velocemente e uscì per recarsi dal suo maestro ripromettendosi che al suo ritorno avrebbe fatto visita alla sua vicina, per protestare riguardo a quella musica notturna. La giornata passò velocemente ed Andrea ebbe alcune interessanti discussioni riguardo alle dimostrazioni apagogiche ed alla loro validità. Verso sera si incamminò di buon passo verso casa ed arrivò nella sua via proprio mentre il sole tramontava. Si sentiva determinato ed anche leggermente indignato quando bussò alla porta della sua dirimpettaia. Si era preparato un discorso breve ma deciso con cui avrebbe affermato il suo diritto a passare una notte tranquilla ma quando la porta si aprì rimase senza parole.
La ragazza sembrava uscita dal sogno della notte passata, il candore della sua pelle faceva risaltare il verde dei suoi occhi ed il rosso delle labbra. Dopo un lungo istante Andrea riuscì a presentarsi borbottando il suo nome e lei gli sorrise invitandolo ad entrare. Indossava una veste da camera di seta verde, che ben si intonava coi suoi occhi, e lui notò che era a piedi nudi. Lo fece accomodare in un salotto elegantemente ammobiliato e gli chiese se gradiva un tè. La sua voce era bassa e melodiosa, gli ricordò la musica della sera prima. “A cosa devo la sua visita signor Mainardi?”, gli disse dopo che si erano entrambi seduti su un corto divano. “Vede, io sono un matematico e mi trovo qui per certi studi che, vede, comportano un assiduo, come dire” e così dicendo il giovane si impappinò arrossendo e dandosi mentalmente dell’ imbecille. “Capisco”, gli rispose lei, “ devo averla disturbata con la mia musica. Purtroppo a volte soffro d’insonnia ed allora mi distraggo col mio violoncello. Vedrò di fare più attenzione per non arrecarle danno.”.
“Ma no”, le rispose, “ non è questo. Io volevo solo chiederle della musica che ha suonato ieri notte. Non ne avevo mai sentita di simile, era come ascoltare qualcosa di antico, di dimenticato.”. Mentre parlava Andrea si stupiva di come la donna lo avesse affascinato a tal punto che ora era lui che si scusava. Eppure la sua vicinanza li sul divano lo confondeva e lo rendeva quasi succube. “Era musica scritta da Bach,”, gli rispose allegra, “non molto antica a dire il vero ma sicuramente molto bella, certamente una delle mie preferite.”.
“Ma io mi riferivo a quella che ha suonato dopo,”, le disse,”quella con quegli strani accordi.”. Gli occhi verdi divennero improvvisamente freddi ma la sua voce era sempre morbida quando disse: “Si deve essere sbagliato, dopo aver eseguito la suite ho riposto il violoncello e non ho più suonato. Forse alla fine si è addormentato e le  è parso di sentire un’altra musica.”.
Ora che ci ripensava al giovane parve plausibile che si fosse solo trattato di un sogno, sembrava proprio che stesse facendo la figura dello stupido.
Così assentì scusandosi e prese commiato dalla donna che lo accompagnò alla porta e lo salutò cortesemente.
Ma ad Andrea sembrò di percepire il suo sguardo indagatore mentre attraversava la strada per raggiungere la sua abitazione.
Decise che probabilmente stava lavorando troppo e che quella notte sarebbe andato a dormire prima.
Sognò  un antico tempio ma ora era vuoto e nelle sue grandi sale regnava un profondo silenzio.
Improvvisamente risuonò l’ antica musica, la melodia era  diventata più intensa, sembrava trasmettere un senso d’urgenza, il bisogno di rispondere ad un richiamo. Attraversò lunghi corridoi ed interminabili stanze, seguendo quelle impossibili note, e giunse ad una porta. La aprì e vide la giovane donna, stringeva il violoncello tra le gambe ed i neri capelli erano il suo solo indumento. Fu travolto dal desiderio ed avanzò per poterla toccare, per toglierle il violoncello, per stringerla tra le braccia.
Si svegliò ansimando ma la musica non si interruppe, andò alla finestra e guardò verso la casa, le luci erano accese e la scena era identica a quella della note precedente.
Ma poi vide l’uomo nella via, elegantemente vestito, con un soprabito rosso scuro e un cappello a cilindro dello stesso colore; guardava verso le finestre illuminate come se fosse rapito dalla bellezza di quella musica.
Ad un tratto l’uomo si girò ed Andrea ebbe l’impressione che lo stesse fissando, come se sapesse che lui lo stava guardando.
Il volto dello sconosciuto era molto pallido, quasi spettrale ed al giovane sembrò che i suoi occhi avessero un riflesso rossastro, poi l’uomo sorrise ed Andrea ebbe paura. Si ritirò in fretta dalla finestra e si ritrovò seduto al centro della stanza, tremante e terrorizzato. Eppure non era un vigliacco, aveva combattuto, aveva visto gli orrori della guerra ma ora era sopraffatto da qualcosa che non riusciva a spiegare. Era come se quello sconosciuto gli avesse visto l’anima e ne potesse disporre a suo piacimento.
Intanto la musica era aumentata di intensità ed aveva assunto un tono quasi beffardo, come se stesse sfidando qualcuno.
Continuò per un tempo che parve al giovane interminabile poi le luci dell’ alba dispersero le note e la sua paura.

Durante il giorno rifletté su quello che aveva visto, evidentemente l’uomo era stato attratto dalla musica e forse aveva visto la ragazza. Più ci pensava e più doveva concludere che lei correva un grave rischio, quell’individuo era senz’altro pericoloso.
Pensò di andare ad avvisarla ma poi decise che lei non gli avrebbe creduto, avrebbe scambiato la sua preoccupazione per la scusa di un giovane  che la voleva rivedere.
Alla fine scacciò i timori e si disse che quella notte avrebbe vegliato e sarebbe sceso in strada a chiedere conto a quell’uomo, sempre che fosse ritornato.

Quando il violoncello si mise a suonare andò alla finestra ed  attese, non dovette aspettare a lungo perchè dopo pochi momenti lo sconosciuto arrivò.
Allora  prese il suo robusto bastone da passeggio ed uscì di casa dirigendosi  verso l’uomo ed apostrofandolo: “Ehi signore, dico a voi, volete essere così cortese da dirmi il vostro.”.
Non riuscì a finire la frase perché l’uomo era ora di fronte a lui e lo stava fissando. Non riusciva a capire come avesse fatto a muoversi così in fretta e non capiva nemmeno come potesse avere degli occhi del colore del sangue.
Fu invaso dal terrore e quando quell’essere aprì la bocca e mostrò i denti si mise a tremare. “Vattene a casa zoppo” gli disse quel mostro,” vattene e forse ti lascerò in vita. E ricordati che la donna è mia.”.
Andrea cominciò ad arretrare ed inciampò, cadendo e continuando carponi verso la porta di casa, inseguito dalla risata di quell’essere, desideroso solo di chiudere la porta e di nascondersi al buio.

La luce del mattino ridusse il suo terrore,  decise che avrebbe chiesto aiuto, non poteva permettere che quella creatura facesse del male alla ragazza.
Ma a chi avrebbe potuto rivolgersi? Più ci pensava e più la sua storia sembrava incredibile, avrebbero riso di lui ed avrebbero pensato che la troppa dedizione alla matematica gli aveva procurato delle allucinazioni.
Alla fine risolse di parlarne al professor Bolzano, dopotutto era anche un sacerdote e quindi doveva senz’altro credere al soprannaturale.
L’ illustre matematico ascoltò il racconto del suo assistente facendogli alcune brevi e secche domande,  al termine rimase  in silenzio per alcuni minuti e poi disse: “Mio caro figliolo, temo che lei si sia imbattuto in un antico orrore. Posso solo consigliarle di andarsene da Praga il prima possibile ma vedo dal suo sguardo che non lo farà. Lei desidera aiutare quella ragazza, nonostante la paura causata dall’essere che ha affrontato. Le darò dunque qualche consiglio, mi ascolti dunque attentamente.
Gli ebrei del quartiere in cui vive conoscono questi mostri da molto tempo, essi li chiamano “aluka”, i succhiasangue. Deve stare molto attento poiché alcuni sono molto antichi e potenti, si dice che siano la stirpe della stessa Lilith. Tuttavia la nostra Santa madre Chiesa ci offre protezione attraverso la preghiera e i simboli sacri. Lo affronti difeso da un crocefisso benedetto e gli conficchi un paletto di legno nel cuore, questo, che io sappia, è il solo modo per fermarlo. Se fossi più giovane le darei il mio aiuto mio giovane amico ma temo che alla mia età non mi sia  possibile. La prego però di pensarci prima di affrontarlo, lei è un matematico di talento e potrebbe fare molto per la nostra scienza. Ed ora vada e non ritorni più da me, il suo lavoro, per quanto mi riguarda, è concluso:”.
Andrea uscì dalla casa di Bolzano con la sgradevole sensazione di essere stato abbandonato da qualcuno che forse era più spaventato di lui. Era anche stupefatto che un uomo apparentemente votato alla logica fosse anche così introdotto ai misteri del passato ed alle leggende popolari.
In ogni caso era determinato a salvare la ragazza e si diresse al suo appartamento per prepararsi allo scontro di quella che sarebbe stata l’ultima notte per il suo avversario o forse per se stesso.
Per la prima volta fu vividamente consapevole delle strade che attraversava, passò accanto alla sinagoga Visoka e al municipio ebraico ammirandone l’austera architettura. Si sentiva stranamente euforico, l’aver preso una decisione che riguardava la vita e la morte lo rendeva stranamente felice e determinato.
Ricordò che quel giorno era la vigilia del Natale, una festa molto antica, più dello stesso cristianesimo; forse anche questo era un segno del destino.
Rientrato a casa decise che avrebbe usato il suo bastone da passeggio convenientemente appuntito, prese dunque un coltello e cominciò a lavorarlo. Non aveva fame e si sedette accanto alla finestra aspettando il calare della sera.

Si risvegliò al suono del violoncello, si riscosse dandosi dello stupido ed afferrò il bastone, da un cassetto della scrivanie prese un rosario, appartenuto a sua madre,  che aveva un crocefisso d’argento.
Scese scale silenziosamente ed uscì da una porticina che dava su un vicoletto accanto a casa sua, si sarebbe appostato e se il mostro fosse entrato nella casa lui lo avrebbe seguito e cercato di colpire.
Una mano possente lo afferrò per il collo e lo alzò da terra, il bastone gli fu strappato e sentì un dolore acuto alla spalla destra accompagnato dalla risata dell’ aluka: “Stupido umano, ci vuole ben altro che un misero crocefisso per fermarmi. Quando il tuo Cristo nacque io ero già vecchio di innumerevoli anni e servivo mia madre nella dimenticata Assiria. Ti lascerò in vita fino a che la donna sarà mia, tu sarai la sua prima preda.”. La mano lo lasciò e il dolore alla spalla divenne lancinante, il mostro gli aveva trapassato la spalla col suo stesso bastone, inchiodandolo alla porta.
Era rimasto solo e sentì la musica del violoncello crescere d’intensità, quasi fosse una richiesta d’aiuto.  Una furia cieca cominciò ad invadere il giovane facendogli digrignare i denti, desiderò con tutto il suo essere di uccidere e smembrare il suo nemico.
Con la mano destra strappò il bastone e cadde a terra, si rialzò ansimando e corse verso la casa da cui proveniva la musica, ora ossessiva ed incalzante.
Sapeva cosa doveva fare, salì le scale ed entrò nella camera da letto della ragazza. Lei era lì, vestita di con una bianca tunica, aggrappata al suo strumento, dal quale scaturivano impossibili ed altissime  note. Fissava il mostro che stava davanti a lei scosso da un tremito convulso, col viso deformato da una terribile smorfia d’odio e di desiderio. Sembrava che qualcosa lo trattenesse ma tuttavia riusciva a muoversi in avanti e la sua mano si protese verso la fanciulla.
Andrea scattò in avanti e strinse l’aluka in un abbraccio, ignorando il dolore e liberando tutta la sua furia. Il mostro urlò e la musica crebbe ancora d’intensità raggiungendo un parossistico culmine che evocava la pazzia di eoni ormai trascorsi. L’ essere sussultò e tremò più violentemente poi sembrò sfuocarsi ed infine il giovane si ritrovò a stringere solo un mucchio di vestiti.
L’ira lo abbandonò e cadde sul pavimento ormai svuotato di ogni energia e sopraffatto dal dolore. Percepì la donna avvicinarsi e dirgli: “Ben fatto, sapevo che saresti arrivato e lo avresti trattenuto per il tempo necessario. Non muoverti ora penserò alla tue ferite.”.
Sentì il tocco di due fresche mani sulle sue tempie e una luce accecante esplose nella sua mente.

Si risvegliò sdraiato sul divano del salottino in cui gli era stato offerto il tè e cerco di rialzarsi ma una voce lo fermò: “Aspetta mio caro figliolo, le tue ferite erano gravi, lei ti ha risanato ma devi recuperare ancora tutte le tue forze.”; girò la testa e vide il suo maestro seduto accanto alla fanciulla.
“Chi sei tu?” le chiese con voce colma di stupore.
“Io sono la Cacciatrice. Da tempo immemorabile inseguo e stermino la maledetta stirpe di Lilith. Il mio sacerdote ti ha portato a me ed ha scelto bene, la tua furia è grande e, se lo vorrai, sarai per me un compagno quale mai ho avuto in passato.”.
“Vedi Andrea”, interloquì il professore,” la mia dea aveva bisogno di un nuovo Battitore e io ho pensato a te. Mi hanno detto del tuo coraggio e della tua furia in battaglia e ho saputo delle tue ferite. Ora lei ti ha risanato completamente, così come farà dopo ogni scontro.
Credo che ti starai chiedendo cosa è successo e come sia possibile che il mostro sia stato distrutto. Era uno degli esseri più potenti e doveva essere affrontato durante la notte di Yule quando l’allineamento delle sfere celesti accresce il potere della Cacciatrice. Gli aluka temono il sole poiché la sua luce ha una frequenza che interferisce con la loro essenza. Anche certe note hanno il potere di rendere i loro corpi instabili ed addirittura dissolverli.”.
“In ogni epoca e universo”, lo interruppe la donna,” uso strumenti che mi permettono di trarre i giusti suoni. Ma mi occorre un uomo che nel momento finale possa trattenere il mio nemico. Te lo chiedo ora: vuoi essere il mio  Compagno?”.
Andrea fissò quegli occhi straordinari e la sua risposta fu inevitabile.