Scelgo un tavolino un po’ defilato, il cameriere mi riconosce e senza nemmeno domandare mi porta un caffè.
Mi piace stare seduto nel dehor di questo piccolo, antico bar. Osservo i bambini che giocano tra gli alberi del piccolo parco. Si rincorrono sparando con inverosimili armi di plastica, mentre le madri si distraggono con vecchi pettegolezzi.
L’aria è ancora calda nonostante le foglie dei platani siano ormai color dell’oro. Assaporo il caffè, nero e bollente. Un vecchio si siede con cautela poco lontano, la sua faccia è austera, il vestito scuro è impeccabile, ma quando incrocia le gambe vedo che un calzino è sceso alla caviglia. Si accorge del mio sguardo e mi rivolge un dignitoso saluto, che ricambio sorridendo.
I bambini ora si sono divisi in due eserciti e combattono ferocemente.
Arrivano due giovani donne, mi lanciano una rapida occhiata, una bisbiglia qualcosa ed entrambe ridacchiano.  Scelgono un tavolino all’angolo, mi guardano ancora ed io strizzo un occhio facendole diventare improvvisamente serie.
Un paio di moto si fermano attirando l’attenzione dei bambini più grandi. I due centauri si tolgono i caschi e salutano allegramente le ragazze che ora sorridono nuovamente.
E’ bello osservare la spensieratezza della gioventù, in un lento pomeriggio autunnale.
Anche il vecchio sembra apprezzare, picchiettando con le dita sul tavolino il ritmo di una musica dimenticata.

Milledue…

Mi accorgo che è calato il silenzio. Il vecchio ha interrotto il suo accompagnamento e le due coppie hanno smesso di conversare. Sul volto dei motociclisti c’è un espressione mista di desiderio e ammirazione, che contrasta con lo stupore e l’invidia delle due ragazze. L’anziano signore si sistema meccanicamente il nodo della cravatta e il suo sguardo si vela di malinconia.
Non ho bisogno di voltarmi per sapere che Elisabetta sta per sedersi al mio tavolo, la sua bellezza l’ha già preceduta.
Chiudo gli occhi per un istante e ricordo quando aveva suonato per me. Le sue lunghe gambe che stringevano il violoncello, i neri capelli che ricadevano in avanti. L’ esecuzione superba, la sofferenza e l’estasi sul suo viso.
Mi tocca leggermente l’avambraccio e si siede con un movimento aggraziato. Il candore della sua pelle contrasta col nero profondo degli occhi e il rosso delle labbra. Allunga una mano scostandomi una ciocca di capelli dalla fronte.
La voce è bassa, un po’ roca, con una traccia di rimprovero: “Sono contenta di vederti ancora vivo”.
“Faccio solo il mio lavoro, niente di più” rispondo con voce un po’ troppo secca.
Mi sorride chinando un po’ il capo, poi inizia a raccontarmi il suo ultimo concerto.
Le sue mani accompagnano danzando il discorso, le osservo affascinato.
Il cameriere arriva a prendere la sua ordinazione, quasi servile, e dopo poco le porta una tazza di cioccolata.
Elisabetta scuote una bustina di zucchero. Guardo il fiore rosso che si apre sul tovagliolo immacolato, e mi dispero.

Milletre…

Si interrompe e segue il mio sguardo, ora sono due le macchie di sangue sul bianco del cotone. China il capo e mormora: “Mi dispiace”. Le prendo la mano, sbottono il polsino della camicetta blu scuro, appaiono delle bende, macchiate di rosso. Allungo la destra verso il colletto, lei mi afferra il polso e sussurra: “No, ti prego”.
Aspetto senza ritirare la mano, fino a quando la sua presa si allenta. Le sbottono la camicetta e sotto ci sono altre bende. Mi tiro indietro lasciando ricadere le braccia.
Elisabetta rialza la testa, il suo volto è colmo di tristezza, ma la sua voce è ferma. “Tu non capisci. Non puoi capire perché non sai cosa sia la paura”.
La interrompo, brusco: “Usare una lama per…”
Mi sfiora le labbra con l’indice della destra, bloccando il mio rimprovero.
“La musica è tutto per me. Non potrei vivere senza. Ogni notte lei viene da me, ed io respiro le sue note, il mio cuore prende il suo ritmo. Sono felice, ma ho anche paura. Paura che sia l’ultima notte che trascorro in sua compagnia. Allora la lego a me, indissolubilmente, incidendo le sue note. Così diventiamo una cosa sola, per sempre”.
“Così ti ucciderai” le dico con rabbia.
Il suo sorriso è bellissimo: “Io amo la vita, ed è per questo che ho paura”.

Millequattro…
sento lo strappo del paracadute che si apre. Il nero della notte mi avvolge, sgancio la fune a frizione dello zaino e mi preparo all’impatto. Non ho paura.