su una parete di ghiaccio e roccia. Il buio della notte vi avvolge, un vento ghiacciato vi penetra nelle ossa e  vi acceca sollevando spruzzi di neve. Da molte ore state calando il vostro migliore amico, legato a voi da una corda lunga 45 metri. Ha una gamba rotta e se non fate in fretta siete certi che morirà. Perchè la manovra riesca il vostro compagno deve fissarsi alla parete quando la corda è completamente srotolata. Così voi potrete scendere fino alla sua altezza e ricominciare a calarlo. Ma un’ora addietro avete sentito uno strattone e quando avete chiamato non c’è stata risposta. State perdendo le forze e la corda tesa vi sta trascinando verso l’abisso.
Se tagliate la corda il vostro amico morirà ma voi sarete salvi. Forse è comunque morto per le ferite, forse.
Ventiquattro anni fa Simon Yates, sulla parete del Siula Grande, tagliò la fune.
Il mattino seguente riuscì a raggiungere il campo base, abbandonando l’amico che credeva morto, e invece non lo era.
Sono convinto che avrei fatto lo stesso.
E avrei scoperto con qualche anno d’anticipo che non sarà quello che abbiamo fatto a tormentarci la coscienza, ma quello che avremmo dovuto fare.

Siula_grande