su una parete di ghiaccio e roccia. Il buio della notte vi avvolge, un vento ghiacciato vi penetra nelle ossa e vi acceca sollevando spruzzi di neve. Da molte ore state calando il vostro migliore amico, legato a voi da una corda lunga 45 metri. Ha una gamba rotta e se non fate in fretta siete certi che morirà. Perchè la manovra riesca il vostro compagno deve fissarsi alla parete quando la corda è completamente srotolata. Così voi potrete scendere fino alla sua altezza e ricominciare a calarlo. Ma un’ora addietro avete sentito uno strattone e quando avete chiamato non c’è stata risposta. State perdendo le forze e la corda tesa vi sta trascinando verso l’abisso.
Se tagliate la corda il vostro amico morirà ma voi sarete salvi. Forse è comunque morto per le ferite, forse.
Ventiquattro anni fa Simon Yates, sulla parete del Siula Grande, tagliò la fune.
Il mattino seguente riuscì a raggiungere il campo base, abbandonando l’amico che credeva morto, e invece non lo era.
Sono convinto che avrei fatto lo stesso.
E avrei scoperto con qualche anno d’anticipo che non sarà quello che abbiamo fatto a tormentarci la coscienza, ma quello che avremmo dovuto fare.


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In questo caso non c’era scelta: almeno uno sarebbe morto comunque.
Se però parliamo in generale, allora ognuno di noi ha qualcosa per cui straziarsi la coscienza. Sai qual è il problema? Che mentre noi ci straziamo la coscienza qualcun altro paga il nostro errore.
25 ottobre 2009 @ 19:36
Mi ricorda una puntata dei Simpsons… anzi come mai ogni tuo post mi ricorda una puntata dei gialli ultimamente? XD
X-Bye
25 ottobre 2009 @ 22:01
Questione di contesto. In quota, ci sono altre leggi. Relativismo, giusto?
25 ottobre 2009 @ 22:34
Ho la risposta!
Per evitare una situazione del genere, basta andare al mare.
O tò.
(no, ti prego, non rispondermi che il panorama cambia, ma le cose si ripropongono pari pari…) XD
25 ottobre 2009 @ 23:28
Giulia: in verità non sono gli errori a spaventarmi, ma le omissioni.
Imp: forse noi siamo il fumetto e i Simpson sono il mondo reale
G.L.: si, giusto…ad una certa quota tutto è semplice, di una chiarezza stupefacente, ma poi si scende e cominciano i guai.
Lyp: il panorama cambia , ma le cose si…………….
25 ottobre 2009 @ 23:38
anche io avrei tagliato, lo dico ora che sono serena (vabbè…) e riposata sulla poltrona, figuriamoci se fossi in pericolo di vita.
certo che se non tagli la fune il rimorso non lo sentirai, sarai morto stecchito e il tuo amico pure. almeno uno dei due si salva, forse.
due anni fa ho fatto uno spettacolo sulla vicenda di 2 scalatori morti nel 1929 durante la scalata del gran sasso in condizioni di neve. ancora oggi ci si chiede come mai uno dei due abbandonò l’amico moribondo per provare a riscendere perchè, si dice, che “non è consuetudine tra gli scalatori abbandonare i compagni di scalata finchè sono vivi”. questo almeno è ciò che riportano le cronache dell’epoca.
26 ottobre 2009 @ 02:10
Nessun problema: sarei già morto io parecchio prima di iniziare la discesa (se non prima di iniziare la salita). ^__^;;
26 ottobre 2009 @ 13:04
Non sono assolutamente in grado di immaginare che cosa avrei fatto.
26 ottobre 2009 @ 13:40
Un po’ ti odio XD
26 ottobre 2009 @ 14:31
taglia, taglia
26 ottobre 2009 @ 15:53
Naeel: normalmente non si abbandonano i compagni di scalata, e ci furono molte critiche all’epoca.
Però lo scalatore che cadde nel crepaggio sopravvisse e riuscì a tornare al campo base, un’impresa praticamente impossibile.
In seguito scagionò completamente l’amico ed ancora oggi l’amicizia tra i due rimane.
CMT: si, credo che anch’io sarei morto dopo la prima mezz’ora di fatica
Fed: in verità si possono solo fare ipotesi, in certe situazioni di stress tutto può succedere
Lyp:
Ermetiko:
26 ottobre 2009 @ 21:42