che sono difficili da descrivere.
La guerra è una di queste cose.
Chi l’ha “vissuta” non ne parla quasi mai, e se lo fa allora sta sul generale, usa eufemismi e difficilmente parla della sua esperienza.
Tolkien sapeva bene cos’è la guerra, eppure nei suoi libri ne troviamo una versione emendata, corretta, anche se certamente funzionale alla storia.
Ci sono eccezioni, e posso citare come esempio Kaputt.
Però anche nella scrittura di Malaparte avverto una certa “reticenza”.
Paradossalmente potremmo dire che per parlare di guerra occorrono scrittori che non l’hanno vissuta, che non hanno avuto esperienza del suo orrore e della sua bellezza.
Ma anche no.
“Poi Gur’ev cominciò a disquisire sul perché gli scrittori scrivessero così male della guerra, sui giornali.
“Se ne stanno belli nascosti a scrivere, quei figli di buona donna, non vedono nulla di persona, restano oltre il Volga, nelle retrovie. E scrivono di chi li tratta meglio. Lev Tolstoj, lui sì, ha scritto Guerra e Pace. Lo leggono da cent’anni e lo leggeranno per altri cento. Perché? Perché c’era anche lui a combattere, e sapeva di chi bisognava scrivere”
“Mi perdoni, compagno generale”, disse Krymov “ma Tolstoj non ha mai combattuto“.
“Come sarebbe che non ha mai combattuto?” chiese il generale.
“Sarebbe che non ha combattuto” disse Krymov. “Ai tempi della guerra con Napoleone Tolstoj non era ancora nato“.
“Sul serio?” domandò a sua volta Gur’ev. “E com’è che non era nato? Chi gliel’ha scritto, allora, quel libro, se lui non era ancora nato? Eh? Cosa mi dice?”


Articoli
Notevole. Veramente notevole. Tra quelli che di guerra parlano e ne parlano in modo degno di menzione inserirei anche un tal Alighiero da Fiorenza. Che a lui la battaglia di Campaldino gl’è rimasta dentro.
24 novembre 2009 @ 19:50
Mi fai comunque venire voglia di leggere Guerra e pace…
24 novembre 2009 @ 19:50
Di certo ci sono cose che vanno vissute per essere scritte, e altre che per essere scritte è meglio non siano vissute.
La guerra, comunque, preferisco non viverla, e magari scriverne male
24 novembre 2009 @ 20:28
Vita e destino è uno dei libri arrivati con il paccone di ibs ^_^
24 novembre 2009 @ 23:24
Eleas: non hai ancora letto Guerra e pace?
Subbito a leggerlo!
E l’Alighiero lo aggiungiamo di sicuro
Giulia: sempre saggia
Iri: poi ci dici come lo hai trovato.
Comunque io ne parlerò ancora nei secoli a venire.
24 novembre 2009 @ 23:38
ci sono tanti modi per vivere una guerra. forse hai ragione tu, uno che è stato in trincea non può saperla descrivere, eppure ti dico che molti di coloro che hanno vissuto la guerra l’hanno saputa descrivere, perchè guerra è anche subire la pulizia etnica, guerra è anche stare in un ospedale da campo, guerra è essere fatti prigionieri dai nazi o dai terroristi, guerra è subire la miseria a causa del conflitto, guerra è vivere in un paesino tranquillo che “per sbaglio” viene bombardato, guerra è andare in “missione di pace” e non tornare a casa, guerra è trovarsi per disgrazia in uno scontro tra bande di periferia. tutte queste persone la descriverebbero in maniera diversa, perciò che male c’è se chi la vissuta in prima linea ci fornisce un altro punto di vista? dobbiamo per forza stabilire se è giusto o sbagliato?
24 novembre 2009 @ 23:56
val aehmmm no in effetti è in libreria, ma mi fa l’effetto che a te fa tolkien ahahah
naeel tutto sarosanto, ma il soldato quello che spara, che combatte ha una visione che nessun altro può avere. Temo che lui potrebbe davvero iniziare una frase dicendo “Io ho visto cose che voi umani…”
Guarda Dante, fu sempre tormentato dal ricordo della battaglia cui prese parte e non erano quelle di oggi. La mente del soldato ha un doppio shock io credo, il vedere l’orrore della guerra e l’esserne artefice. Io spero di non dover mai vivere una follia del genere non so se reggerei. Forse il solo modo per resistere è se lotti per casa tua. In quel caso forse non ti ammazzi. Ma capisco i soldati americani in Vietnam che davano di matto o quelli che danno di matto adesso per l’irak
25 novembre 2009 @ 00:02
Naeel: giusto, ci sono tanti modi, e tutti egualmente terribili.
Ma alla fine nessuno, con poche eccezioni, vuole raccontare tutto quello che ha provato o visto. Ci si tiene sempre qualcosa per sè.
Eleas: ah, ecco, allora capisco la tua riluttanza
25 novembre 2009 @ 00:09
ehhh, l’Alighiero, quanti ne ha fatti fuori proprio fuori le mura di casa, qua… e, a pensarci bene, cos’ha ottenuto la sua fazione? In quella specifica occasione, quasi nulla. Nel giro di pochi anni si ritornò allo status quo.
Ci volle la peste e soprattutto diversi sacchi d’oro per corrompere podestà poco onesti per far sì che Arezzo fosse asservita a Firenze. Quasi senza scosse.
A che è servita dunque Campaldino? A far passare delle brutte nottate all’Alighiero e a chi c’era stato e poteva ancora raccontarlo. Poco più.
Come spesso accade.
(sì, lo so, devo smetterla di commentare i blogghi altrui a quest’ora della notte!)
25 novembre 2009 @ 00:31
tranquo lipsak tanto qui si delira
e l’alighiero non è mai una presenza nociva ma proprio mai
25 novembre 2009 @ 00:42
Mio pensiero volante. Tolkien non racconta le battaglie perchè ne è nauseato, racconta il prima e il dopo. Soprattutto la conta dei morti. Malaparte invece racconta (e benissimo) il disgusto della guerra. Attualissimo, da leggere.
PS
e fra un po’ dovrebbe essere ristampato da Einaudi “Il nudo e il morto” di Mailer. Altro gran libro.
25 novembre 2009 @ 10:59
Lyp: già, la maggior parte delle batteglie servono a poco o nulla
G.L.: si, sicuramente nauseato, e se pensiamo che avrebbe dovuto descrivere scontri all’arma bianca, lui che era stato in trincea.
Infatti nella prima guerra mondiale gli scontri all’arma bianca erano all’ordine del giorno.
Si usavano badili affilati e vere e proprie mazze chiodate.
Secondo me non se la sentiva di rivangare il passato.
Malaparte dovrebbe essere “obbligatorio” nelle italiche scuole.
p.s.: ottima notizia, a me era piaciuto molto anche il controverso “Antiche sere”…che però è irreperibile
25 novembre 2009 @ 12:55
eh però di fatto lo ripassa eccome, non entra nel dettaglio, ma l’orrore della guerra lo percepisci tutto, ti dirò di più: mi ha fatto più impressione nel SDA la parte finale quando la guerra arriva nella Contea, quando loro tornano e trovano tutto sottosopra, quasi che tutto quello che hanno patito non sia servito a niente. Inoltre lì avverti la disperazione della gente inerme come sono gli hobbit felici di ignorare e di essere ignorati. Ecco lì a me è parso di cogliere l’aspetto davvero tragico della guerra. La parte epica è appunto epica.
25 novembre 2009 @ 14:46
TE leo desde Santiago de Chile. Buen post. Tu opiniòn sobre la guerra, y la cita precisa de Vasili Grossman. Lo cierto es que paara entender el siglo xix debemos darnos a La guerra y la paz; el siglo xx requiere internarse en ese universo catastrófico y centripeto como lo fue Stalingrado y la batalla de la fabrica de tractores. Para ello, no conozco forma más empática que Vida y Destino.
12 febbraio 2010 @ 03:10