(ovvero a richiesta di Thirrin
) ecco un’altro pezzo del racconto…che sta ormai diventando un romanzo.
Lei rimase per un lungo momento in silenzio poi disse: “Aiutami ad alzarmi e portami a quella specie di locanda, devo fasciarmi la ferita.”.
Asher si rialzò e le tese la mano che lei afferrò rimettendosi in piedi, poi le cinse la vita con un braccio sorreggendola ed accompagnandola fino ad una delle sedie, sulla quale lei si lasciò cadere con una smorfia di sofferenza. Ritornò in strada e raccolse le armi appoggiandole su di un tavolo, entrò nell’ osteria e ne uscì con una brocca di vino. “Dovrò tagliarti la gamba del pantalone” le spiegò “e lavarti la ferita. Poi la fascerò usando la stoffa che ho avanzato quando ho bendato la caviglia di Ariel.”.
“E’ ferita?” gli chiese lei bruscamente “Cosa le è successo? E l’hai lasciata andare ugualmente?”.
“Non preoccuparti” l’interruppe cominciando a tagliare la stoffa dei calzoni “si è solo distorta una caviglia, l’ho lasciata in compagnia di due attori girovaghi, due brave persone, ora è sul loro carro. Ora ti curo e poi cercherò di raggiungerla.”.
Finì di lacerare il pantalone e versò il vino, le mani gli tremarono un poco quando pensò a cosa significasse la cicatrice sul ginocchio.
Lei sembrò intuire i suoi pensieri e disse: “Sono sopravvissuta solo grazie agli oscuri poteri dei sacerdoti, ero quasi morta e senza l’intervento del dio non avrei mai potuto piegare ancora le ginocchia o impugnare una spada. Quando sono guarita volevo venire a cercarti, chiesi di te e mi dissero che eri morto, ucciso mentre cercavi di scappare sulla strada per il nord. Invece eccoti qui e guarda come ti sei ridotto: un volgare assassino da strada, tu che avresti potuto conquistare un impero“.
Lui per un po’ non disse nulla poi, iniziando a fasciarla, cominciò a ricordare il passato con voce tranquilla che contrastava con il dolore che traspariva dal suo viso:” Quando ho saputo che eri stata tu che avevi svelato il mio piano d’attacco al re di Yagghor ho capito che la profezia si stava compiendo. Allora ho portato nostra figlia al Gran Sacerdote di Dagon rinunciando ad oppormi al destino, poi ti ho consegnata alle guardie e me ne sono andato. Avevo perduto il tuo amore e non sopportavo l’idea di rimanere e vedere nostra figlia crescere ed andare incontro al suo terribile fato. Sono andato al nord e mi sono arruolato come mercenario, ho provato a morire molte volte, ho guidato gli assalti e coperto le ritirate ma gli dei mi hanno sempre risparmiato. Col tempo sono salito di grado, ho comandato un’armata ed il mio nome ispirava terrore poichè i miei uomini ed io stesso non conoscevamo pietà.”.
“Eri dunque tu” lo interruppe Zelana “ colui che chiamavano ‘Asher lo sterminatore’, lo avrei dovuto capire dal nome, era quello del padre di tuo padre vero?”.
“Si,” continuò lui “così ero chiamato e per anni ho vissuto combattendo e schiacciando i nemici di chi mi pagava. Infliggere il dolore ed uccidere sembravano calmare la mia sofferenza ma un giorno il desiderio di rivedervi mi ha sopraffatto e così sono tornato. In città ho offerto i miei servigi come assassino, un mestiere che dopotutto conoscevo bene, ed intanto cercavo un modo per rivedervi.
Molte volte mi sono recato al tempio e ti ho guardata mentre accompagnavi la portantina su cui si trovava nostra figlia, ma lei era all’interno nascosta agli occhi della gente, per questo quando mi hanno dato il ritratto non l’ho riconosciuta. Solo quando ho visto i suoi occhi ho compreso. Credevo che si trattasse solo di un lavoro ben pagato, ormai avevo deciso di andarmene, avevo capito che ero stato uno stupido a pensare che se vi fossi stato vicino sarebbe potuto cambiare qualcosa. Invece gli dei mi hanno permesso di salvare la nostra bambina ed ora so che devo continuare a proteggerla.
Ecco, la tua ferita è sistemata, ora devo andare, cercherò di attraversare il fiume aggrappandomi al cavallo se gli dei vorranno riuscirò a raggiungere la riva opposta.”.
“E cosa pensi di fare quando la raggiungi,” disse lei con amarezza “forse tu sei solo lo strumento del fato, colui che l’accompagnerà sana e salva fino alla pira su cui sarà bruciata. Appena riuscirò a salire a cavallo ti seguirò e la riporterò indietro ma ora ascoltami. Ci sono in gioco più forze di quanto tu non sappia, sicuramente hai capito che chi ti ha assoldato non fa parte del tempio e quei cadaveri dimostrano che anche una terza fazione è in gioco. Vai da lei dunque e proteggila ma stai attento perchè a molti non interessa affatto riportarla indietro ma credono che basti ucciderla per porre termine all’avvento di Dagon.”.
“Farò tutto quello che posso” le rispose “ e la riavrai, le profezie possono essere interpretate in molti modi e se alla fine il dio reclamerà una vita non è detto che sia la sua.”
Lei annuì e gli fece cenno di avvicinarsi dicendo: “Fammi vedere la ferita al braccio.”.
Lui si avvicinò e le si inginocchiò davanti porgendole il vino e la stoffa rimasta, Zalena lo medicò in silenzio ed alla fine lo fece rialzare dicendo: “Non credere che io ti abbia perdonato o che il mio odio per te sia diminuito, però ti voglio credere, devo crederti, forse puoi davvero fare qualcosa per lei. Ma quando tutto sarà finito ti ucciderò.”.
Asher non rispose e cominciò a prepararsi all’attraversata, fece un fagotto con le armi, il corpetto e la cotta di maglia e lo legò strettamente sulla sella, prese le redini e cominciò a dirigersi verso il fiume.
“Aspetta!” lo richiamò Zelana “Ti ha parlato di me Ariel? Cosa ti ha detto?”.
Lui si fermò e senza girarsi rispose: “Ha detto che sei una donna molto determinata.” poi continuò fino alla riva ed entrò in acqua aggrappandosi ad una staffa.
Appena l’uomo e l’animale non toccarono più terra la corrente li travolse e li trascinò velocemente verso valle mentre loro lottavano per avanzare mantenendo una diagonale.
In poco tempo sparirono alla vista della donna che mormorò:”Oh dei vi prego aiutatelo a salvare la mia bambina.” ed una lacrima le scese giù lungo la guancia, subito asciugata con rabbia.
Cominciavano a calare le prime ombre della notte ed Ariel rifletteva su tutto quello che le era capitato dopo la fuga. Il lento dondolio del carro le trasmetteva uno strano senso di sicurezza e si sentiva quasi in pace mentre ascoltava le voci di Jacobus e di sua moglie Gertrude che conversavano. Erano stati gentili con lei e non le avevano fatto troppe domande anche se intuiva che erano curiosi e preoccupati. La donna aveva spalmato un unguento sulla sua caviglia dicendole: “Lo usavo spesso con mia figlia, lei era una brava acrobata ma ogni tanto voleva strafare.”.
Aveva capito da come ne parlava al passato che ormai la considerava perduta per sempre, invece suo marito pareva non rassegnarsi e parlava del giorno in cui sarebbero tornati a riprenderla.
Le sarebbe piaciuto aver avuto un padre ed una madre come quelli, veramente si sarebbe anche accontentata di un qualunque paio di genitori. Invece i suoi non li aveva mai conosciuti ed era stata allevata dalle sacerdotesse di Dagon, che la trattavano con un misto di deferenza e timore, solo il Gran Sacerdote e la terribile Zelana osavano contraddirla e punirla.
Rabbrividì quando immaginò l’ira del capo delle sue guardie, quella donna le aveva sempre fatto paura, l’aveva vista compiere azioni di una crudeltà disumana.
Sperò che Asher le fosse sfuggito e riuscisse a raggiungerla, quando l’aveva nuovamente presa in braccio la paura l’aveva improvvisamente abbandonata e per la prima volta si era concessa di sperare. Era felice che lui fosse suo amico, anche se non approvava il modo con cui uccideva, con indifferenza. Aveva visto troppa gente morire al tempio, sacrificata dai sacerdoti, ed ora non riusciva più ad accettare la morte e la sofferenza. E questo era uno dei motivi che l’avevano spinta a ribellarsi al suo dio, l’altro era ciò che aveva letto nelle tavole di Skelos.
Cominciò a fantasticare e si concesse di immaginare che sarebbe riuscita a sopravvivere, sarebbe andare a vivere con i due attori, avrebbero girato di città in città esibendosi ed Asher li avrebbe accompagnati.
Il tono allarmato di Jacobus la riscosse, sentì che diceva. “Guarda Gert, qualcuno ha acceso un fuoco là vicino a quell’albero, riesci a vedere di chi si tratta? Aspetta, mi sembra un uomo, oh dei anche questo ha in mano una spada.!”.
Ariel scostò un lembo del telone e sbriciò fuori, vide che si avvicinavano ad una persona che li attendeva sul ciglio della strada ed il sole ormai morente mandava riflessi da quella che pareva la lama di una spada.
Si ritrasse prontamente e pregò Mitra che lo sconosciuto non fosse un nemico e non volesse fare loro del male. Intanto i due vecchi artisti tacevano, normalmente non si sarebbero spaventati vedendo un viandante anche se armato, ma dopo l’incontro con quel guerriero e la vista di tutti quei morti si erano fatti prudenti ed ansiosi.
Passò un lungo momento poi sentì una voce allegra. “Salute viaggiatori! Scusate se ho impugnato la spada ma di questi tempi la prudenza non è mai troppa. Dal vostro carro direi che siete degli artisti, se volete potete unirvi a me ed aiutarmi a mangiare la lepre che sto cucinando, vicino all’albero c’è uno spiazzo dove potete fermare il carro.”.
Lei sentì il sospiro di sollievo del vecchio attore che fermò il veicolo e rispose: “Vi ringrazio signore, mi chiamo Jacobus e lei è mia moglie Gertrude, siamo umili interpreti dell’ingegno dei poeti e ci uniremo a voi molto volentieri anche se l’onore che ci fate è troppo grande.”. “Ed io preparerò una buona zuppa” intervenne Gert “ che mangeremo prima della vostra selvaggina.”.
“Ah, scusate” disse la voce di chi li aveva invitati “non mi sono presentato anche se toccava a me farlo per primo. Mi chiamo Galhad e sono il figlio del maestro di palazzo del re di Yagghor, il mio buon padre mi ha mandato come messaggero al tempio di Dagon ed ora faccio ritorno a casa, ma venite accanto al fuoco così potremo parlare un po’ .”.
Ariel si accorse che il carro si girava e si muoveva lentamente per poi fermarsi. Sentì la donna che diceva: “Nobile signore perdonateci ma non vi abbiamo detto che con noi c’è anche nostra figlia Cayrin. Viaggia nel retro del carro perchè durante una rappresentazione ha avuto un piccolo incidente e si è storta una caviglia.”.
“Non preoccupatevi” fu la risposta “ci penserò io a farla scendere ed a portarla vicino al fuoco.”.
Improvvisamente il telone si sollevò e lei vide un giovane dai capelli biondi, la guardava stupito e dopo alcuni istanti si riscosse dicendole: “Scusate l’indecisione ma la vostra bellezza mi ha davvero colpito, mi chiamo Galhad e col vostro permesso vi aiuterò a scendere.”.
Lei guardò quegli occhi azzurri che l’ammiravano e pensò che anche lui era bello e quando le sorrise si sentì arrossire.

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