racconto…interamente scopiazzato, probabilmente un vero e proprio plagio.
Dopo le polemiche sui famosi disegni ricalcati da Miyazaki ho cominciato a domandarmi se è davvero del tutto impossibile creare qualcosa di nuovo copiando.
Così mi son divertito a scrivere utilizzando le idee di altri scrittori, eccovi un primo risultato, se volete potete cercare di indovinare da chi ho tratto “ispirazione” :D

Gli ultimi trasporti atterrano riversando guerriere che si affrettano a raggiungere il grosso dell’esercito, già schierato per la battaglia.
Reclute appena uscite dall’accademia oggi combatteranno per la prima volta.
Controllano nervosamente le chiusure dell’armatura e guardano verso una piccola altura, dove sventola il vessillo dell’Impero. Non è lo stendardo che attira la loro attenzione, ma la donna accanto ad esso. Indossa una nera armatura, un sottile cerchio d’oro le cinge la testa trattenendo i lunghi capelli.
La regina di Arres, signora di Laceodemios, Imperatrice del terzo Quadrante Galattico, si volta e osserva le giovani guerriere. Sa che oggi alcune di loro incontreranno la morte e si augura che l’affrontino con coraggio.
Ascolta i secchi ordini dei sottufficiali, il cozzo delle armi, il sommesso ronzio dei carri da guerra. Suoni familiari, preludio di tutte battaglie che ha affrontato. Ricorda quando combatté per la prima volta, ricorda quando…

Arsis, la rossa dea della guerra, sale lentamente nel cielo.
Immobile, al centro della grande sala d’armi, una ragazza guarda verso il soffitto di plasto-cristallo. Vede la luna color sangue innalzarsi verso la bianca Cytera, dea del coraggio.
Stanotte le due lune sorelle si incontreranno nel cielo di Arres, segnando l’inizio del mese di Corr e dei riti di iniziazione delle nuove guerriere.
Una scia di fuoco attraversa il buio della notte, forse una nave trasporto.
La ragazza la segue con lo sguardo, immagina che a bordo ci siano le sue sorellastre, di ritorno al loro reggimento.
La vede scomparire e abbassa la testa, la tristezza l’ invade, per lei non ci saranno battaglie da combattere.
Oggi ha saputo che la matrigna non ha portato il suo nome al tempio di Arsis.
Glielo hanno detto le sue sorellastre, dopo averla usata per allenarsi.
Ricorda i colpi di piatto delle loro armi, la sua spada di plastex che si flette impedendole di parare.
L’avevano derisa e umiliata, come sempre.
Poi, prima di andarsene, la maggiore gli aveva detto con noncuranza: “Ah, nostra madre ha detto che non porterà il tuo nome alle sacerdotesse”.
L’avevano colta alla sprovvista e per questo aveva stupidamente domandato il perché. La risposta non l’aveva sorpresa, ma non per questo era stata meno dolorosa: “Credi forse che nostra madre si voglia coprire di ridicolo portando il nome della figlia di una traditrice? Una stupida ragazzina con le mani sporche che non sa nemmeno usare una spada”.
Le aveva sentite ridere mentre se ne andavano. Aveva pensato di prendere una spada vera, inseguirle e ucciderle, ma non l’aveva fatto, consapevole che non sarebbe servito a nulla.
Era rimasta nella sala d’armi, tremante di collera, che si era trasformata in delusione e poi in un sordo dolore.
Si era seduta sul freddo pavimento, si era guardata le mani, il dorso ricoperto di cicatrici, i palmi neri per la fuliggine dell’albero di yhr, che usava per avere una presa più salda. Dopo qualche minuto aveva raccolto le ginocchia al petto, cingendole con le braccia e chinando su di esse il capo.
Il tempo era passato senza che lei si muovesse, era stata addestrata anche a questo, poteva rimanere immobile per ore.
Quando la luna rossa aveva iniziato il suo viaggio aveva preso una decisione.
Ora si rialza lentamente e mormora una parola, la sala si illumina, un immenso e vuoto parallelepipedo.
Una delle nere pareti si schiarisce, sembra trasformarsi in un liquido argenteo, poi si solidifica.
Riflette l’immagine di una giovane donna, alta, capelli neri raccolti in una lunga treccia. Indossa casacca e pantaloni imbottiti, bassi stivaletti e guanti, la classica tenuta di addestramento delle guerriere. Al collo porta un sottile anello di bronzo, il marchio dei servi. Chiunque la vedesse noterebbe la contraddizione, una guerriera non può essere una schiava.
La ragazza si avvicina alla parete, osserva gli occhi neri, la bocca rossa, il naso ben proporzionato, un viso che sembra quello di una bambina imbronciata. Non si piace nemmeno un po’, forse perché nessuna le ha mai detto che in realtà è bella, del resto nessuna le ha mai spiegato cosa sia la bellezza.
Cosa sia il bello però lei lo sa. Bello è il riflesso della luce delle lune sull’acciaio, belle sono le gocce di sangue sulla lama di una spada, bella è la sconfitta dell’avversaria.
“Cosa desideri Asherin?” la voce impersonale del metacomputer della sala d’armi la distoglie dal suo esame.
Slaccia la casacca e la lascia cadere a terra, toglie gli stivaletti e si sfila i pantaloni. Non indossa altri indumenti ed è il suo corpo nudo quello che si riflette.
Il metacomputer attende paziente una risposta mentre Asherin sembra nuovamente assorta. Percorre con lo sguardo le cicatrici sul torace, sulle cosce e sugli avambracci. Sono il ricordo di dieci anni di addestramento e combattimenti, ora ne ha compiuti da poco diciotto, sarebbe dovuta essere al tempio.
“Due daghe e un droide da combattimento” la sua voce risuona, secca e decisa.
“Come desideri” è la tranquilla risposta, accompagnata da un basso ronzio. Un’apertura rettangolare prende forma nella parete alle spalle della ragazza, ne esce un incubo di metallo. Si muove utilizzando quattro pseudo-tentacoli, gli altri sei impugnano a coppie: asce, azze e spade. Il corpo è sferico, sopra di esso una protuberanza metallica simile ad un periscopio, dotata di un grande occhio rosseggiante.
Dalla parete esce anche un piccolo carrello che sfreccia verso la ragazza, sul suo ripiano una coppia di daghe. Asherin le guarda per un lungo istante, poi ne impugna una con la destra, con la sinistra afferra la sua nera treccia, quasi alla base, e taglia.
I capelli cadono al suolo, Asherin afferra la seconda daga, la sua voce è simile a quella del metacomputer: “Voglio il droide programmato per il massimo danno, tempo infinito, bersaglio di disattivazione minimo a centro corpo”.
“Le direttive di sicurezza primarie richiedono un codice di sblocco di primo grado” risponde lentamente la macchina ”I tuoi ordini sono potenzialmente letali per la tua persona”.
La ragazza recita una sequenza di numeri e cifre ottenendo una secca risposta:”Sblocco autorizzato, programmazione eseguita, conto alla rovescia per attivazione: 30, 29, 28…”
Asherin svuota la mente, rabbia e delusione l’abbandonano, flette i muscoli ed è nel vuoto.
Il droide schizza in avanti e fende l’aria con un ascia e una spada, ma la ragazza si è già spostata di lato e intercetta un colpo di azza che le ha portato un altro tentacolo. Asherin cambia ancora posizione, si china schivando e si rialza deviando una spada e intercettando la lama di un’ascia. Si spinge in avanti fissando il piccolo cerchio rosso, la punta della sua daga sinistra quasi lo tocca ma il droide si ritrae. Ora i contendenti si studiano per qualche istante poi il droide attacca e Asherin schiva e para. Il suo corpo comincia ricoprisi di sudore, sono passati quasi due minuti, nessuna avrebbe scommesso sulla sua sopravvivenza per un tempo tanto lungo, nessuna però a mai visto combattere in quel modo, con quella velocità. Se le sue sorellastre la vedessero sarebbero spaventate e al contempo sollevate, sicure della sua morte.
Asherin si sbilancia in avanti, la daga sfiora il punto di disattivazione, la spada del droide lascia un lungo segno rosso sul fianco della ragazza. Gocce di sangue cadono a terra, Asherin sorride, questo sarà l’ultimo assalto.
Il pugnale sfiora l’orecchio della giovane donna, passa tra i tentacoli del droide e colpisce il centro del cerchio rosso, un lancio quasi impossibile.
Asherin non ha bisogno di girarsi per sapere chi è la donna che è entrata, ne conosce solo una capace di tanto.
“Che Arsis vi sia propizia, madrina” la saluta con rispetto.
La risposta è secca, non un saluto, non una domanda, una constatazione: “Stai cercando di ucciderti figlia mia”.
La ragazza si volta lentamente, davanti a lei Zelaya, Comandante delle Guardie Imperiali, sorella della grande traditrice. Indossa la nera uniforme, i capelli grigi sono tagliati corti, il viso severo è attraversato da una lunga cicatrice che passa sulla vuota orbita destra, l’ azzurro occhio sinistro fissa il volto di Asherin.
La ragazza lascia cadere le daghe e la sua voce è stanca, poco più di un sussurro:“Che io viva o muoia non fa differenza, madrina”.