molto il sottogenere del fantasy detto "Sword & Sorcery.
Quindi vi posto la prima parte di un mio racconto in stile howardiano dal titolo: La morte di un dio.

Una nera candela illuminava fiocamente la stanza alla sommità della torre, facendo danzare strane ombre sulle pareti di pietra.
Il vecchio stava chino sull’innominabile libro, le sue labbra esangui si muovevano incerte, tentando di pronunciare parole in una lingua dimenticata da eoni, formando suoni sibilanti.
Gocce di sudore gli imperlavano la fronte rugosa per poi scendere tra gli occhi, socchiusi per lo sforzo di decifrare l’antica lingua pnakotica.
Improvvisamente smise di leggere e si rialzò con il volto trasfigurato da un’orribile espressione che mescolava la gioia alla furia. “Si”, gridò con voce stridula, “ora il maledetto soffrirà ed io avrò la mia vendetta. Il segreto dell’evocazione è svelato, sia lode al pazzo arabo che lo trascrisse. Ora il dio mi servirà, ora colui che era un servo diventerà il padrone.”.
Poi richiuse il libro e si diresse verso la porta borbottando: “Il sangue, ne ho bisogno, non sarà un problema, mi serve giovane, vedremo chi morirà, cani maledetti.”.

Anche un attento osservatore avrebbe fatto fatica ad individuare la nera figura che stava scalando le mura del palazzo reale di Pelishtim. Si muoveva lentamente approfittando delle zone d’ombra ed evitando le feritoie e le finestre illuminate. Chi fosse riuscito a vederlo avrebbe subito pensato ad un ladro shemita, interamente vestito di nero, con una daga appesa alla schiena, alla cintura un rotolo di corda sottile e, fissati alle mani ed ai piedi, artigli d’acciaio che gli permettevano di salire lungo quel muraglione quasi del tutto privo di appigli.
Però due particolari lo distinguevano: un paio d’ occhi d’un azzurro bruciante, lasciati scoperti dalla benda che gli avvolgeva la testa, e la corporatura possente.
Ma che fosse un ladro lo poteva testimoniare il pensiero che gli attraversò la mente mentre forzava una finestra, introducendosi un una stanza immersa nel buio: “Crom! Se quel bastardo d’un kushita non mi ha mentito qui è dove si  trova la statuetta del dio.”.
E, mentre si abituava all’ oscurità quasi completa, ripensò alla notte precedente.

Stava  percorrendo le strade  della città bassa, che i ladri ed i furfanti avevano eletto a loro dimora.
Cumuli di rifiuti ingombravano il cammino e nell’ ombra dei vicoli laterali si intravvedeva lo scintillio di lame, accompagnato da sorde imprecazioni e rantoli di moribondi.
Dalle finestre di taverne male illuminate giungevano stridule risate femminili, mischiate alle oscenità degli avventori ed al puzzo di vino e di corpi sudati.
Entrò in una di quelle tane guardandosi attorno con circospezione, anche i ribaldi seduti ai tavoli lo scrutarono con occhio professionale, cercando di stabilire se fosse un predatore o una preda.
Videro un giovane alto, dai capelli neri, gli occhi azzurri, spalle larghe ed un corpo possente che si muoveva con la grazia di un felino. Le semplici vesti  e lo spadone dall’elsa consunta lo fecero classificare come un barbaro mercenario, squattrinato, probabilmente pericoloso se si fosse ubriacato, niente di cui valesse la pena occuparsi.
Superato l’esame  si sedette ad un tavolo in fondo alla sala e fece un cenno ad una cameriera brythuniana che si avvicinò ancheggiando e, chinandosi, gli appoggiò una mano sulla coscia chedendo: “Cosa posso offrire al giovane barbaro? Cibo? Bevande? O forse qualcosa di più inebriante? Mi sembri forte come un toro, sei forse uno di quei feroci guerrieri Vanir?”.
“Sono un cimmero, donna.”, le rispose sorridendole, “Portami della birra che non sia il solito piscio caldo che servite, e fallo in fretta. “ e dicendolo le assestò una pacca sul sedere, spingendola verso le botti vicino all’entrata. Lei rise sguaiatamente e si allontanò ritornando poco dopo con un boccale di birra che posò sul tavolo.
Per un po’ bevve in silenzio poi sentì una conversazione al tavolo vicino farsi sempre più concitata e veemente. Guardò e vide un ometto dall’aria spaventata discutere con due zamoriani che avevano appoggiato sul tavolo i loro lunghi coltelli. Il più vecchio dei due, dal viso reso ripugnante dalla mancanza del naso e da una cicatrice che gli attraversava la bocca distorcendola, stava dicendo: “Ti taglieremo le orecchie e te le cacceremo in gola se non ci paghi. La ragazza costava duecento pezzi d’argento e li vogliamo, ora.”. “Vi prego,”, rispose il malcapitato,”sapete che lavoro a palazzo, vi posso dire dove si trova un grande tesoro, potrete rubarlo e diventeremo ricchi oltre l’immaginabile.”. “Non so che farmene di tesori immaginari,”, lo interruppe lo zamoriano,”pagaci con l’argento che ci devi.”.
Un colpo li fece sobbalzare e si girarono a guardare il barbaro che aveva  gettato la sua spada sul tavolo ed ora li fissava dicendo: “Potrei pagare il suo debito con l’acciaio se volete. Venite con me sul retro della taverna oppure andatevene e lasciatemi parlare con il mio amico.”.
I due furfanti lo guardarono inferociti ma quel che videro non gli piacque, troppo sicuri quegli occhi azzurri e troppo tranquillo il sorriso in quel volto barbarico. Si alzarono lentamente, presero i loro coltelli e indietreggiarono verso l’altro lato della sala scegliendosi un altro tavolo.
Lui prese il loro posto, guardò l’omettto e disse: “Beviamo assieme della buona birra e poi parleremo del tesoro.”.
Dopo un paio d’ore uscì dalla taverna lasciando Setvos, così si chiamava il servo di palazzo, in preda ai fumi dell’alcol mentre salutava a gran voce gli zamoriani che si erano riavvicinati al suo tavolo.