iniziato da Imp

Camminava in mezzo ad un prato e l’erba  era così alta che poteva sfiorarla con la  punta delle dita. Il vento le scompigliava i lunghi capelli e le  gonfiava la gonna del suo vestitino di stoffa celeste.
Guardò in alto e rimase stupefatta dall’azzurro intenso in cui morbide nuvole si rincorrevano, alcune le ricordavano fantastici animali: unicorni alati e maestosi draghi.
Poi sentì che la chiamava: “Sarah, bambina mia, ti ho cercata tanto e finalmente sei qui.”.
Guardò in direzione della voce e la vide, vicino ad un grande albero, ed era proprio come se la ricordava: il volto colmo d’amore ed i begl’occhi marroni che la guardavano con affetto.
Le corse incontro e  sentì che lacrime di gioia le scorrevano sulle guance, quando le fu quasi accanto la vide spalancare le braccia, ed allora tante, troppe parole, le salirono alle labbra: “Sono io mamma, perdonami se me ne sono andata, perdonami, credevo fossi morta. Ho fatto cose orribili mammina, perdonami.”.
La donna le sorrise dicendo: “E’ tutto perdonato figlia mia, vieni tra le mie braccia e staremo insieme per sempre, ma prima lascia che io ti morda.”. Dopo aver pronunciato le ultime parole aprì la bocca, apparvero lunghe zanne gocciolanti sangue,  il viso si disorse in una maschera di bramosia e le pupille si arrossarono.
Si svegliò urlando per il terrore, per un istante non capì dove si trovava, poi il bianco della stanza e i grandi specchi attorno al letto la fecero ricordare.
Vide la sua immagine riflessa: una ragazza dai corti capelli neri, gli occhi scuri spalancati per la paura, vestita con un pigiama bianco decorato da piccole mucche allegre.
Il ricordo del sogno tardava ad abbandonare la mente, vide accanto a se il piccolo lupo di peluche, il suo pupazzo preferito, e se lo strinse al petto chinando il capo e raccogliendo le gambe, in una posizione quasi fetale.
Si sentiva disperatamente sola e per alcuni minuti rimase in silenzio, traendo conforto da quel piccolo animale di stoffa, poi con un sospiro lo posò, si alzò dal letto e disse: “MoM per favore apri la camera da letto e prepara un doppia dose di siero.”.
Una voce di donna, calda e profonda, fluttuò nella stanza mentre uno degli specchi scorreva silenziosamente, rivelando una porta: ”Si Sarah, noto dalle armoniche della tua voce un certo stress, ancora brutti sogni?”.
“Il solito” rispose togliendosi i pantaloni e la maglia del pigiama “mettimi un po’ di musica, qualcosa di Mozart, scegli tu.”.
Le note della Krönungsmesse riempirono l’aria mentre la ragazza  si specchiava. Osservò il brutto livido che aveva sul fianco sinistro, poi alzò la mano destra, seguì con la punta delle dita la cicatrice che le partiva dall’ incavo del collo, passava in mezzo ai piccoli seni e terminava appena sopra l’ombelico.  L’ultimo lavoro era stato piuttosto duro ed aveva rischiato più di quanto avesse mai fatto. Si guardò ancora per un momento, con aria critica. Non poteva certo dirsi una bella donna, non arrivava al metro e sessanta ed era troppo magra, con i muscoli che risaltavano. Anche il viso le parve insignificante, solo gli occhi, se visti da vicino,  avrebbero rivelato il loro insolito colore rosso cupo.
Sospirò ed  uscì dalla camera da letto dirigendosi verso il laboratorio, doveva prepararsi in fretta, il nuovo incarico non poteva aspettare, il suo committente era stato chiaro.
“Vorrei conferma della dose doppia” le disse la voce del suo computer quantico “ e devo avvisarti che il dolore potrebbe essere troppo intenso, inoltre sei appena guarita da gravi ferite, non credo sia saggio intraprendere un altro lavoro.”.
“Non preoccuparti MoM” rispose con voce tranquilla “ sai che quelli come me guariscono in fretta e sai che sono abituata al dolore, questa volta potrei star fuori per alcuni giorni, non voglio trovarmi in crisi d’astinenza. “.
Entrò nel suo laboratorio e si diresse verso la poltrona d’acciaio, che si trovava al centro della grande stanza, occupata in gran parte da attrezzature chimiche ed elettroniche, sistemate ai lati su lunghi banconi metallici.
Il siero era la sua salvezza e la sua maledizione, le toglieva la sete di sangue ma la rendeva dipendente e la costringeva a lavorare, inoltre  le sostanze che lo componevano erano molto costose.
Ma lei non voleva uccidere gli umani, non era un maledetto vampiro, pensò con rabbia. Essi la temevano e lei ricambiava il loro odio con ferocia, lei era un “diurno”, nata da una donna infettata, un abominio dal sangue impuro.
Si sedette rabbrividendo al contatto con l’acciaio e disse: “Contenzione.”, subito sottili fasce metalliche le bloccarono i polsi e le caviglie e una larga banda le passò attorno alla vita.
“Sono pronta MoM, 80 cc. , ora” appena finito di pronunciare le parole un sottile braccio metallico risalì al suo fianco, sulla sommità una siringa ipodermica, che si avvicinò all’avambraccio. L’ago pentrò nella vena e lentamente il siero entrò in circolo.
Le sembrò di essere trafitta da innumerevoli aghi, resistette cercando di separare la mente dal corpo, osservando la crescita del dolore con imparziale distacco.
Ma di colpo fu invasa da una sofferenza così intensa che cancellò ogni  pensiero, tutto le parve annullarsi in un abbacinante color bianco. Il suo corpo si tese in uno spasmo, rovesciò la testa all’indietro urlando e cercando di strappar via l’acciaio che le impediva di muoversi.
Durò per lunghi minuti poi, di colpo, il capo le ricadde in avanti e si rilassò, ansante.
“MoM” sussurrò con un filo di voce “20 cc. di stimolanti ed annulla la contenzione”.
La siringa tornò a fare il suo dovere, le fasce si ritrassero lasciando libera la ragazza, che si alzò con passo malfermo e si diresse verso la stanza da bagno mormorando:”Acqua a 43 gradi.”.
Prima di entrare  nel box della doccia fu colta da un attacco di nausea, vomitò inginocchiandosi davanti al water, poi si rialzò e iniziò a lavarsi. L’acqua calda la rilassò e gli stimolanti cominciarono a fare effetto, si asciugò sentendosi già molto meglio, piena di energia.
“Sarah” disse  la voce del computer “non dovresti rischiare, questa volta il siero ti ha quasi uccisa, se fossi umana saresti…”.
“Ma non lo sono” lo interruppe lei, irritata “ e comunque non  voglio consigli, limitati ad esaudire le  mie richieste”.
Si avvolse in un accappatoio e ritornò nel laboratorio, dirigendosi verso una porta blindata tra due banconi zeppi di strani strumenti. Passando accanto alla poltrona, notò che stavolta aveva stretto i braccioli così forte  da lasciare nell’acciaio l’impronta delle dita.
Digitò un codice alfanumerico su una tastiera posta sulla parete, aspettò che si aprisse l’accesso all’armeria ed entrò.
Si vestì con cura: prima una sottotuta di tessuto traspirante, poi si infilò una tuta nera intessuta con fibre aramidiche e calzò un paio di stivali neri con rinforzi in neocarbonio. Prese una specie  di maglia di ferro, costituita in realtà da minuscoli anelli di adamantio, e la indossò fermandola in vita con una cintura. Da una rastrelliera scelse una corta katana, la mise sulla schiena, in un fodero trattenuto da un paio di cinghie incrociate sul petto. Sulle cosce fissò un paio di  lunghi e sottili pugnali d’argento, prese una bandoliera e, dopo un attimo di indecisione, la riempì con cartucce calibro dodici, caricate con pallettoni ad alto contenuto d’argento, passandosela poi a tracolla.
Riflettè su che fucile usare ed alla fine optò per una doppietta con le canne segate, un arma vecchia ma sempre molto efficace negli spazi ristretti.
Afferrò un caschetto nero, con trasmettitore e visore HUD incorporato, e si diresse a grandi passi verso l’uscita della sua casa-bunker dicendo: “MoM apri prima  porta e disattiva difese”. Al fondo di un lungo corridoio si alzò una pesante lastra ricoperta di vibranio, dando accesso ad una piccola camera in cui entrò pronunciando il codice di chiusura, con voce ormai fredda e priva di ogni emozione.
La lastra calò di scatto e la parete opposta scivolò di fianco, rivelando un portello circolare che si aprì  su un buio profondo da cui proveniva un disgustoso odore di putrefazione.
La diurna uscì e si ritrovò in un vecchio tunnel della metropolitana, stava per impartire ulteriori ordini quando il computer l’anticipò dicendo: “Ricevo ora informazioni dalla superficie, sembra che ci sia stata un’esplosione nell’ Oberon Building. Si ritiene che il basileus Nubi possa essere morto. Potrebbe dunque non essere necessario che tu onori l’incarico visto che…”.
“No” risuonò la fredda voce della ragazza “i soldi sono stati versati ed io onorerò la commissione. Abilita trasmissione criptata e dammi la mappatura dell’intera rete metropolitana, traccia il percorso fino alla posizione di Matt Stakes, ricalcola in caso di spostamento.”.
Abbassò la visiera  del casco che le mostrò una fitta ragnatela rossa, sostituita quasi subito da una freccia che indicava la direzione, non le serviva altro visto che al buio ci vedeva perfettamente.
Cominciò a correre leggera e silenziosa, ed un sorriso malvagio le incurvò le labbra quando il suo udito percepì il rumore di un essere in fuga.
Sapeva che laggiù nelle tenebre la notizia si stava diffondendo: l’ Assassina stava cacciando la sua preda.