di roba scritta da me medesimo ovvero la sesta parte del racconto

“Io sono Cayrin” gli rispose, esitando prima di pronunciare il suo nuovo nome, e poi rimase zitta, sentendosi stupida a non trovare le parole.
Ma lui le sorrise e le  porse la mano dicendo:”Venite mia signora, ho saputo del vostro incidente, vi aiuterò, ecco, così, appoggiatevi a me.”.
Lasciò che la prendesse in braccio, il suo viso assunse il colore di una melanzana quando lui la portò vicino al fuoco facendola sedere su un piccolo sgabello, che i due attori avevano scaricato dal carro, ed accomodandosi a sua volta su un sasso, a poca distanza.
Fu grata alla notte che era ormai scesa, sperò che il suo rossore fosse scambiato per il riverbero delle fiamme del fuoco e si arrabbiò con se stessa. Non riusciva a capire come mai si fosse sentita così disorientata quando aveva visto quel cavaliere, ora che lo guardava meglio le sembrava poco più di un fanciullo. Comunque la sua doveva essere una famiglia ricca e potente, la spada che aveva al fianco era di ottima fattura con l’elsa ingioiellata, la cotta di maglia d’acciaio ricadeva morbidamente rivelando di esser stata forgiata da un maestro armaiolo. I pantaloni erano di ottimo cuoio, così come gli stivali, e la sopravveste era di un ricco tessuto color rosso, con al centro lo stemma delle guardie reali di Yagghor: un cavallo nero impennato su sfondo bianco.
Legato all’albero c’era un bel destriero grigio da guerra ed anche alla sola luce del fuoco si intuiva che doveva valere svariate monete d’oro.
Sentì che Jacobus si stava informando sulle possibilità che avrebbero avuto a corte e si fece più attenta, forse avrebbe davvero potuto viaggiare in loro compagnia.
“Mio giovane signore” stava dicendo l’attore “ voi che siete così ben introdotto potreste certamente, se così vorrete, raccomandarci presso il vostro genitore, che spero benevolo nei confronti di una povera ma rispettabile compagnia itinerante. Noi potremmo esibirci per le vostre truppe o per i vostri servi, donando loro un po’ di svago.”.
Galhad sorrise e rispose: “Io ho poca dimestichezza con la corte, mio padre mi ha fatto addestrare come guardia fin da bambino, ed è per questo che un mese fa ho potuto assumere servizio. Però egli è  un uomo di grande bontà e non ha mai rifiutato un aiuto, se poi glielo chiedo io state sicuri che vi farà esibire davanti al sovrano.”.
A quelle parole Gert quasi rovesciò la pentola che stava mettendo sul fuoco, unendosi poi al marito nel ringraziare il giovane lodando la sua gentilezza.
Lui si schermì e, guardando Ariel,  disse:”Naturalmente spero che voi siate guarita e  possiate esibirvi, sarei felice di ammiravi mentre recitate. Ma ora permettetemi una domanda: vi piace danzare ?”.
Lei rimase ancora una volta sorpresa ma stavolta replicò con sufficiente disinvoltura: ”Naturalmente signore, tra le molte cose che si richiedono ad una attrice c’è anche la conoscenza della danza. Ma perchè me lo chiedete?”.
“Quando giungeremo alla capitale” le rispose sorridendo “mancheranno pochi giorni all’ inizio dell’estate. Voi sarete la mia dama durante il grande ballo che si terrà a palazzo dopo i festeggiamenti al tempio di Mitra.”.
Sentendo il nome  del dio a cui sarebbe stata sacrificata, la fanciulla sentì rinascere la disperazione e la tranquilla spensieratezza del cavaliere la fece arrabbiare. L’ alterigia che era appartenuta alla Gran Sacerdotessa ritornò prepotentemente e la fece rispondere con durezza: “E cosa vi fa pensare che io voglia ballare con voi? Non vi sembra di correre un po’ troppo? Ci conosciamo da pochi minuti e già voi volete decidere cosa farò quando arriverò in città.”.
Questa volta fu il giovane ad arrossire, lo sguardo furente di quegli occhi dorati gli provocò un brivido lungo la schiena, per un istante gli parve che la ragazza fosse invecchiata e risplendesse all’ interno di una aura di potere. Poi si riscosse sentendo le scuse dei due vecchi attori che gli spiegavano che la loro figliola ultimamente non era stata bene, e forse non sempre sapeva con chi stava parlando.
“Scusatemi,” le disse con voce grave “mi dispiace, capisco che vi ho mancato di rispetto, ma ci terrei davvero a danzare con voi. Come vi ho già detto siete  molto bella ed io…”.
Non finì la frase, interrotto dal rumore degli zoccoli di un cavallo, si alzò in piedi di scatto sguainando la spada e si mise tra Ariel e l’oscurità dalla quale proveniva il suono.
Per un lungo momento nessuno parlò o si mosse, la tensione raggiunse il culmine quando dalle tenebre emerse un massiccio cavallo montato da un uomo avvolto in un nero mantello.
“Chi siete?” chiese rudemente  il giovane alzando la spada e rivolgendo  la punta verso quell’oscura apparizione.
“Metti giù la spada ragazzino” disse una voce profonda “non voglio farti del male, vorrei solo asciugarmi accanto al fuoco.”.
Galhad, infastidito dal tono sprezzante, stava per rispondere quando lo sconosciuto aprì il mantello e si udì il grido di Ariel: “Asher! Sei tu, lo sapevo che saresti arrivato!”.
Il guerriero le sorrise divertito dicendo: “E così ragazzina pare che vi ricordiate il mio nome. Del resto io mi ricordo il vostro signorina Cairyn.”.
Per un attimo la sacerdotessa rimase confusa poi capì che aveva detto il vero nome del suo amico e balbettò:”Ecco, io non pensavo che tu. Insomma, sei sbucato così all’improvviso.”.
Intanto il giovane cavaliere aveva abbassato la spada assistendo stupito allo scambio di battute.
Fu Gertrude che diede una spiegazione improvvisando: “Nobile cavaliere, quest’uomo è un mercenario che abbiamo assunto per proteggerci, come sapete le strade sono pericolose di questi tempi. Al traghetto ci aveva lasciati per risolvere una piccola disputa in seguito ad uno sfortunato lancio di dadi all’osteria, ma vedo che ora ci ha raggiunti sano e salvo.”.
Il ragazzo si rilassò e rinfoderò la spada, non del tutto persuaso dalla  spiegazione ma rassicurato dal vedere che la ragazza ed i suoi genitori parevano conoscere quel soldato di ventura.
Lo guardò smontare e gli parve che il braccio sinistro fosse un po’ rigido, forse la disputa doveva essere stata più aspra del previsto, in ogni caso quello era un uomo pericoloso, lo avrebbe tenuto d’occhio.
Asher legò il cavallo al carro, lo dissellò e poi si avvicinò al fuoco sedendosi a terra a fianco di Ariel che gli sussurrò: “Cosa è successo, hai visto Zelana?”.
“Si” bisbigliò lui in risposta “diciamo che abbiamo discusso e poi abbiamo preso una decisione, ma ne parleremo domani, ora  mangiamo e non facciamo insospettire troppo il signorino.”.
Dopo che Galhad si fu presentato al guerriero, ed ebbe ricevuto in risposta un grugnito di assenso, la cena si svolse quasi in silenzio. Jacobus stappò un paio di bottiglie di vino ed anche Ariel ne bevve un sorso sentendo subito dopo la testa che girava, così appena  finita la sua porzione di coniglio si fece portare al carro da Asher che poi si riavvolse nel suo mantello e si sedette appoggiandosi ad una delle ruote.
Il cavaliere ed i due attori conversarono ancora per un po’ discutendo su quale sarebbe stata la strada più corta per raggiungere i monti Ibra. Infine il giovane aggiunse alcuni rami secchi al fuoco, prese un mantello da una  delle bisacce che, assieme alla sella, aveva appoggiato accanto all’albero, slacciò il cinturone con appesa la spada e lo appoggiò al tronco, si tolse la sopravveste e la cotta di maglia, poi si sdraiò mentre i due vecchi coniugi si ritiravano nel carro.

Il sole era appena sorto ed Asher stava guardando il ragazzo che si esercitava con la spada. Era piuttosto bravo, si muoveva veloce e pareva avere un’ottima tecnica, del resto se lo era aspettato quando aveva visto che l’elsa della spada, a dispetto della sua bellezza, appariva consunta dall’ uso. Anche la mano che aveva preso la tazza del  caffè, preparato ed offerto dal guerriero, era indurita e ricoperta da calli che solo chi si era esercitato per anni con le armi poteva avere.
Improvvisamente il ragazzo si fermò e disse: “Signore, volete scambiare due colpi di spada con me?  Mi piacerebbe esercitarmi con un avversario e voi mi sembrate un esperto spadaccino, un po’ di movimento farà bene ad entrambi, che ne pensate?.”.
“Quando combatto” fu la pacata risposta “ è sempre una questione di vita o di morte. Ti ringrazio ma non sono abituato a duellare per esercizio o divertimento.”.
Il ragazzo rise e disse:”Anche mio  padre mi ha sempre detto che usare la spada significava dare o ricevere la morte. Lui ora è un uomo di pace e non impugna più nessuna arma da lungo tempo, all’inizio era anche contrario che io diventassi un cavaliere. Mi diceva che dalla violenza non deriva mai nulla di buono.”.
“Tuo padre è certamente un saggio” rispose Asher tranquillamente “e forse avresti fatto meglio a seguire i suoi consigli.”.
Galhad lo  guardò con curiosità e replicò:”Strano che un simile discorso lo faccia un uomo come voi, si vede che siete abituato alla battaglia. Io non ho mai afffrontato un vero combattimento, mi piacerebbe avere la vostra esperienza ma fino ad ora mi son solo esercitato con i maestri d’arme delle guardie. Sapete, mio padre quando aveva la mia età fu battuto da una ragazza, spesso mi ripete la frase che disse quella spadaccina al suo migliore amico: “Combattere per la vita è molto diverso da quelle stupide danze che fate con i vostri maestri d’armi, sei sicuro di saperlo fare?.”.  Ormai la so a memoria dalle tante volte che mi ha ammonito ad essere prudente ricordandomela.”.
Asher lo guardò intensamente mentre  l’azzurro dei suoi occhi si incupiva: “Come  hai detto che si chiama tuo padre?” chiese con voce piatta.
“E’ il  maestro di palazzo del re” rispose il ragazzo un po’ intimidito da quell’occhiata penetrante “non l’avevo detto ma si chiama Morgar.”.
Un sorriso crudele e terribile apparve sul volto del guerriero che prese la lunga  spada e disse: “Credo che mi sia venuta voglia di scambiare due colpi con te ragazzo.”