un po’ “alla buona”, senza complicarci troppo la vita, poi torneremo a Stalingrado ed infine ascolteremo un po’ di musica metallica.
Se ci domandano cos’è il bello, una delle prime cose che ci viene in mente è l’associazione bello/piacevole. Non è insensato pensare che il bello sia qualcosa di piacevole e che l’arte sia la rappresentazione della bellezza e dell’armonia, però è certamente assai riduttivo. Rimaniamo comunque sul concetto di bello, e facciamo una domanda: un corpo umano smembrato è bello? Molti risponderebbero di no, e direbbero che non può esserlo, poichè la sua visione non è piacevole, ma al contrario provoca disgusto e orrore. Alcuni potrebbero obbiettare che la domanda è troppo generica, occorrerebbe stabilire in che contesto è inserito il corpo, quale mezzo si utilizza per mostrarlo, ecc… Però se gli si mostrasse un cadavere fatto a pezzi rimarrebbero comunque turbati, in ogni caso. Questo succederebbe per molti motivi, tra i quali: il nostro istinto animale legato alla sopravvivenza, infatti un tale scempio potrebbe significare le vicinanza di un predatore, la paura derivante dall’ immedesimarci con ciò che vediamo, lo sconcerto provocato dalla decostruzione di un oggetto abituale e a noi molto simile, e così via.
Tuttavia in determinate circostanze è possibile che tutti questi “condizionamenti” svaniscano e i cadaveri assumano addirittura una valenza positiva, pur non essendo ancora esteticamente neutri (passatemi questa espressione). Ad esempio mio nonno e un suo amico furono gli unici supertiti di un assalto condotto da un migliaio di persone, proprio perchè si nascosero sotto un cumolo di corpi dilaniati. Per loro, in quel momento, i cadaveri rappresentarono la salvezza. Una “questione di vita o di morte” ci permette dunque di “bypassare” il nostro istinto e il nostro inconscio collettivo. Stessa cosa la può fare la consuetudine, infatti il vedere continuamente corpi smembrati ci rende assuefatti. Ovviamente rimaniamo in un ambito sensoriale, di percezioni, il discorso si complicherebbe se ci fosse un coinvolgimento, pensiamo ad esempio alle giovani SS che non riuscivano a sostenere la vista delle fosse comuni e cadevano in una profonda depressione.
Ora direi che possiamo concludere dicendo che in una guerra è possibile che la percezione del circostante non sia più “filtrata” dai condizionamenti e dall’ inconscio, o quantomeno lo sia in modo molto minore. Quando questo accade a persone dotate di una particolare sensibilità artistica, intesa come capacità di cogliere un particolare e da questo ricavare un’emozione, allora possiamo iniziare a capire come qualcosa che sia percepito dai più come sconvolgente ed orrendo, sia per loro intriso di una potente bellezza.


Articoli
Credo che sia molto vero. Ho perso un paio di discorsi per la via ma sono in modalità random, quindi non riesco a concentrarmi per più di 10 secondi.
In ogni caso nell’arte ci sono testimonianze abbastanza evidenti di questo “meccanismo”…
25 agosto 2010 @ 20:25
Bellissimo post Val!
Ora una riflessione, forse OT, forse no: oggi leggevo qualcosa di ecologia sulle strategie r e k (sono due diverse strategie evolutive/ riproduttive: http://it.wikipedia.org/wiki/Strategia_r-K). Mi è venuta in mente un’associazione, forse un po’ azzardata, strategia r: tempi di pace e prosperità; k: guerra e miseria. L’ho sparata grossa?
25 agosto 2010 @ 22:14
Lyp: e alcune di queste testimonianze non ci sarebbero state senza Stalingrado, perchè non erano state ancora create le strutture di pensiero necessarie, ma a questo arriveremo tra un po’
H2O: le stategie che citi si applicano generalmente ad un’intera specie, se ben ricordo, comunque non è azzardato dire che la guerra “premia” un certo tipo di individuo, diverso dal tipo vincente in tempo di pace. Sarebbe interessante condurre una ricerca mirata a costruire algoritmi genetici adatti a situazioni di conflitto e che operino scelte in base ad una mitologia di guerra.
25 agosto 2010 @ 23:13