sovente considerata come un testo che mostra come vivere liberi dagli affanni e in pace col mondo esteriore. In realtà è una piccola parte di uno spelendido poema di guerra, che introduce una mitologia feroce e spietata. Gli insegnamenti che il dio Krishna impartisce all’eroe Arjuna sono un incitamento all’andare in battaglia libero da ogni freno morale e inibitore.
In tutto il poema ci sono poi passi che fanno rabbrividire, come: “Un sovrano che cerca la prosperità non deve esitare ad uccidere il figlio, il fratello, il padre e l’amico, se uno di questi o più di uno gli intralciano la strada…Non esistono particolari creature chiamate amici o nemici. Le persone diventano amici o nemici a seconda delle circostanze…Senza evirare i nemici, senz commettere numerose crudeltà, senza uccidere creature viventi, come fanno i pescatori con i pesci, non si può conquistare la prosperità”.
Della ferocia dell’ Antico Testamento ho gia detto (beato chi prenderà i tuoi pargoli e li sbatterà contro la pietra).
Ma, nonostante queste mitologie di guerra, il credere in una divinità finisce per esercitare un certo controllo sugli uomini, che si sottomettono a regole e precetti.
Tutto ciò è sempre stato presente in passato nella vita dell’ uomo, in forma di idea (mito) di un Dio o di divinità superiori, fino alla seconda guerra mondiale.
Quando i nazisti e i sovietici si scontrarono a Stalingrado il mito della divinità era fortemente indebolito. I tedeschi iniziavano a credere in un Übermensch che non necessitava di un dio, i russi provenivano da una rivoluzione che “negava” l’esistenza di una divinità.
Così i combattenti finirono per “adorare” l’unica creatura soprannaturale sopravvissuta: la Morte.