Per scrivere qualcosa che riguardi la Realtà, intesa come il circostante, occorre conoscerla, e questo è possibile seppure in maniera parziale. Per riuscire a comprendere ciò che ci circonda non è sufficiente il presente, ma ci serve anche la conoscenza del passato. Come sapete io non credo all’esistenza del tempo, ma per comodità possiamo suddividere lo spazio in presente, passato e futuro. Il presente è ciò che possiamo percepire con i nostri sensi, la porzione di spazio più vicina. Il futuro è una porzione di spazio lontana, non necessariamente priva della nostra presenza, ma della quale non riusciamo a percepire nulla. Il passato è anch’esso distante ma può essere percepito grazie alla memoria, che può essere individuale o collettiva. La porzione di spazio passato in cui non siamo presenti può far parte della nostra esperienza grazie ai miti e all’inconscio collettivo. Senza farla troppo lunga con endocetti e altro, possiamo dire che noi siamo collegati al passato. Al Salone del Libro ho avuto l’impressione che i giovani non siano più collegati al passato, per meglio dire non lo sono più in maniera continua, ma hanno una discontinuità, una specie di “buco”. Riflettendo su questa interruzione ho inizialmente pensato fosse dovuta a lacune nella loro educazione. Sia Zizek che la Maraini hanno gli strumenti per indagare sulla realtà, l’uno utilizzando l’analisi sociala ed economica, l’altra gli strumenti dell’estetica. Ma per poter far questo devono anche conoscere il passato recente, ovvero quella porzione di spazio che ha caratteristiche mitologiche e simboliche affini al presente. Ecco dunque il perchè delle domande alla mia “collega”, domande che faccio anche alle mie nipoti e ai giovani che incontro nella mia attività politica.
Però questa “spiegazione” non è sufficiente. Se riflettiamo sul passato un po’ più remoto notiamo che la scuola era in certi casi del tutto inesistente, eppure le persone erano ben collegate al passato e avevano un percezione della Realtà migliore della nostra. Certo, si potrebbe discutere della complessità della società e di molte altre cose, però un servo della gleba del basso medioevo non aveva nessuna discontinuità con il passato prossimoe e nel suo immaginario i miti erano ben saldi. Ricordo che quando ero giovane mi piaceva leggere i diari degli esploratori, e molte volte trovavo le stupite constatazioni dei topografi riguardo alla capacità di orientarsi degli indigeni. Nella foresta amazzonica gli “indios” riuscivano ad orientarsi anche in luoghi sconosciuti e senza utilizzare gli strumenti tipici degli occidentali. Riuscivano in questa impresa grazie al loro inconscio collettivo e alle informazioni immagazzinate in forma di miti e simboli, oltre che all’esperienza e alle storie tramandate in forma orale. Ma l’orientamento non era solo funzionale al “trovare la strada”, era qualcosa che permetteva di trovare cibo e riparo e dunque sopravvivere. Io non auspico un ritorno alle condizioni di vita del passato, però credo che oggi abbiamo perso la capacità di orientarci e che nella nostra mente c’è uno spazio vuoto. In un manga/anime, che forse conoscete, ci sono dei mostri, hollow, che hanno nel petto un foro circolare che simboleggia la loro perduta umanità, e questo spazio vuoto mi pare di scorgerlo anche in molti giovani. Ma perchè oggi siamo “scollegati” dalla Realtà? Cosa ha prodotto questo buco? Non credo che la colpa sia della scuola o genericamente della società, eppure un colpevole c’è.

To be continued