tanto da rendere l’aria quasi irrespirabile. Marciamo su una pietraia, tra due pareti rocciose, presto arriverà il tramonto e forse ci salverà da questa estate mediorientale. La luce ha il colore dell’oro antico quando usciamo dalla gola, sulla sabbia.
Il mare, un infinito blu spumeggiante.
Ci muoviamo lungo la spiaggia, in colonna, silenziosi.
Raggiungiamo le rovine di una villa, in una piccola insenatura. I muri sono stati quasi completamente sbriciolati dai calibri 50, solo una piccola parete rimane a guardia della spiaggia, calcinata dal sole e butterata dai crateri dei piccoli calibri. Mi avvicino, appoggio l’AR 70 al muretto, lascio cadere lo zainetto, sgancio il cinturone, tolgo la giacca della “tattica”, mi siedo e appoggio la schiena al muro.
Una mano mi tocca la spalla.
“Che cazzo fai?”
“Sono stanco”
La mano mi porge un paio di pillole.
“No, mi riposo un po’. Voi andate avanti”
“Ma che cazzo dici? Ti sei fottuto il cervello? Ti sembra il momento di riposare?”
“Non è un momento, è un istante, e io voglio che si fermi”
“Sei fuori, che ti sei fatto?”
“Niente, porta gli uomini alla base, io ti seguo, tra un istante”
Insiste ancora per un momento, poi se ne va, posso quasi sentire la sua incazzatura, come se fosse un cupo brontolio.
Resto solo, il mare incendiato dal sole all’orizzonte. Prendo una manciata di sabbia e la lascio scorrere tra le dita. La luce radente fa brillare i bossoli d’ottone, disseminati sulla spiaggia, ricordo di vecchie battaglie. Una brezza gentile mi accarezza il viso sudato. Forse si può essere in pace anche durante una guerra. Forse si può fermare un istante”.

M. Medesimo, La relatività del tempo. Edizioni Amarcord