riletto Prodigium.
Comincio col dire che è il miglior libro scritto da Francesco, ed è giusto che sia così visto che è un giovane scrittore (giovane è riferito a scrittore ovviamente, lui pare sia anagraficamente piuttosto anziano :D ).
Aggiungo che mi piace assai e che è la prima volta che leggo in un libro il nome di un personaggio che conosco anche nella vita virtuale.
Ora potrei recensirvelo, ma lascio questo compito a Mirtilla e/o Stefano.
Io invece ve ne parlerò un po’ a modo mio.

Leggendo le prime pagine del libro ho avvertito un deciso “cambio di marcia” rispetto alle opere precedenti.
Ho avuto la netta sensazione che l’autore fosse ormai ben collegato a quello che si suole definire come “inconscio collettivo”.
Vedete, io credo che per riuscire a scrivere un “bel” libro, magari addirittura un capolavoro, bisogna fare un uso corretto degli archetipi, ovvero delle idee e delle forme che esistono nella nostra mente indipendentemente dall’ esperienza.
Detto così sembra chissà cosa, in realtà è molto semplice: l’autore deve conoscere, e ben gestire, l’amore-odio e la morte.
In un post precedente ho parlato della fantasia e di come alcuni scrittori riescano a “mostrare” quando scrivono, l’autore di Prodigium è uno di questi.
Però il “mostrare” non è sufficiente, non basta un buon contenitore ma occorre soprattutto un buon contenuto.
E di “contenuto” in Prodigium ce n’è parecchio.
C’è il desiderio di felicità. la brama di vendetta, la ricerca del potere, la forza dell’amicizia.
Ci sono personaggi ben strutturati che interagiscono in modo credibile ma non scontato.
C’è anche una trama che si dipana in modo logico e coerente.
Ma soprattutto ci sono archetipi che il lettore riconosce e capisce, a tal punto che, in certi momenti, diventa facile immergersi nella storia e viverla quasi in prima persona.
Il libro è certamente epico ma lascia ancora troppo spazio al libero arbitrio, si intuisce ancora la possibilità di modificare il destino o fato che dir si voglia.
Non siamo ancora di fronte ad un capolavoro. La fantasia del lettore viene suscitata e guidata ma non ancora interamente assoggettata al volere dell’autore.
Però ci stiamo piano piano arrivando.

Aggiungo che ho trovato parecchi “riferimenti” ad autori che ammiro moltissimo.
Il corvo all’inizio mi ha ricordato Altieri, le quattro sorelle mi hanno fatto pensare all’inizio del Macbeth, un’ evocazione mi ha ricordato un’opera di Stroud…
Non sto parlando di copiature o derivazioni, chi lo ha già letto sa che Sarnesh è ben altra cosa rispetto a Bartimeus, e la figura del corvo messaggero è antichissima (Odino vi dice niente? ).
E colgo l’occasione per sproloquiare un altro po’.
Non esistono libri che non abbiano preso in prestito qualcosa da quelli che li hanno preceduti.
Gli scrittori attuali sono “la somma” di quelli passati.
E questo succede anche se, per assurdo, non hanno letto nessun libro di chi ha scritto prima di loro.
Terribile ‘sto “inconscio collettivo” vero? ;)