Archivi per Sproloqui e Deliri

Sono stato colto da

un dannatissimo virus estivo, che si manifesta con i sintomi di un gigantesco raffreddore, mettendo fuori uso due dei mei tre neuroni. Dovrò dunque rimandare il post su Stalingrado e oggi mi limito a linkarvi questo.
Sottoscrivo quanto detto da G.L. riguardo agli “eroi” italioti, animati da infinito egoismo e gigantesca ipocrisia. Del resto si sa che è sempre comodo fare parte di una canea urlante, che attacca in nome di una presunta ideologia. Così quasi tutti quelli che si chiedono come mai il tale o la tal’altra pubblicano con mondadori, cosa del tutto insignificante rispetto al contenuto dei loro libri, sono rimasti in un tombale silenzio quando il gruppo mondadori si è rifiutato di pubblicare uno dei più grandi scrittori dell’ultimo secolo. E non hanno nemmeno notato che il suddetto artista aveva attaccato duramente berlusconi, ma non aveva mai avanzato preclusioni o eccezioni nei riguardi di alcuna casa editrice. Certo, Saramago credeva in ciò che scriveva, e quindi era immune da crisi di coscienza o stupidi distinguo editoriali. Però questo dovrebbe far capire che il problema non è chi pubblica, ma cosa viene pubblicato, una cosa elementare, o forse no.
Qualche giorno fa leggevo un libro di D. Preston in cui un protagonista diceva: “La scala d’intelligenza S-B indica che il settanta per cento degli esseri umani rientra nella media oppure ne è al di sotto, in altre parole più di due terzi degli esseri umani sono piuttosto stupidi, oppure sono patologicamente stupidi”.
Ecco, io non voglio credere che sia questo il problema, o anche solo una parte di esso.
Vabbè, ora vado a curarmi con il metodo del mio bisnonno, una bella bottiglia di grappa bevuta in 24 ore, e magari anche un paio di avventure di Anita Blake, libri orrendi ma sinceri.

Non parlerò della battaglia di Stalingrado

in riferimento al bene o al male, mi interessa di più l’influenza sul mito e sull’inconscio collettivo. Però, prima di continuare, vi posto una nota scritta da un grande scrittore, Vasilij Grossman, che ha scritto un libro fondamentale sulla battaglia in questione, un libro che DEVE essere letto.

“Sto scrivendo un libro su Stalingrado. Il libro, se riuscirò a finirlo, consterà di tre parti. In un anno e mezzo ho steso l’abbozzo della prima parte, ora sto lavorando alla seconda. Il lavoro sul libro mi riesce a spizzichi e non posso dire quando lo finirò, per il semplice fatto che io stesso non lo so. Stalingrado è la catastrofe del male nel mondo.
La vittoria di Stalingrado non è un miracolo, né una felice casualità. Stalingrado risponde a una grande legge nel movimento del flusso della storia. La vittoria di Stalingrado è un risultato che equivale alla somma di forze diverse, delle quali la forza materiale non è che una delle poderose componenti. Il destino di Stalingrado l’hanno deciso gli uomini, ma anche Stalingrado ha determinato il destino degli uomini e del popolo.
Vorrei che il mio lavoro, almeno in minima parte, fosse degno di quella sofferenza che la guerra ha portato nel mondo, di quelle forze della storia dello spirito del popolo, di quei caratteri umani, di cui mi sto sforzando di scrivere. Voglio che il mio lavoro, almeno in minima parte, sia degno di quei soldati senza nome che hanno combattuto col male, dei quali non ci si deve dimenticare”.


Sulla battaglia di Stalingrado è

stato detto e scritto molto, io mi limiterò ad alcune riflessioni personali e discutibili. Cercherò di essere breve, post troppo lunghi non sono adatti alla comunicazione sul web. Comincio con alcune considerazioni e spiegazioni.
All’inizio dell’estate del 1942 le armate tedesche in Russia erano tutt’altro che sconfitte, non c’era stata una “beresina” e nemmeno una disastrosa ritirata invernale, Hitler non era certamente in difficoltà paragonabili a quelle di Napoleone. I tedeschi erano cautamente ottimisti e la “direttiva 41″ illustrava una strategia certamente possibile e con discrete probabilità di successo. Ma nel mese di luglio successe qualcosa, una città assunse un’importanza straordinaria, divenne un simbolo e la sua conquista fu sinonimo di vittoria totale o disfatta. Oggi se analizzando a mente fredda l’andamento della guerra, ci si stupisce per l’accanimento dimostrato da entrambi i contendenti. Dopotutto i russi avrebbero potuto ulteriormente ritirarsi e i tedeschi avrebbero potuto aggirare la città. Ma Stalin pensò che la perdita della città che portava il suo nome sarebbe stato l’inizio del crollo del morale delle sue truppe e della disgregazione dell’armata rossa, Hitler invece rimase prigioniero di una visione quasi mistica, che gli impose uno scontro eroico e decisivo.
Così alla fine di agosto, dopo alcune iniziali vittorie tedesche, iniziò una delle più feroci e oscure battaglie in tutta la storia dell’umanità. Una battaglia che non può essere interpretata solo da un punto di vista strategico e militare, poichè fu anche lo scontro tra due diverse mitologie, una destinata a perdere e l’altra ad estinguersi.

Sospendo per un giorno

la “serie mitica”, perchè mi sento in dovere di omaggiare pure io il presidente emerito Francesco Cossiga. L’ho capito dopo aver acceso per tre volte la radio in macchina, e in tutti e tre i casi trasmettevano un ricordo del grande statista. Beh, avrei preferito parlarvi di Nicola Cabibbo, anche lui recentemente scomparso, ma visto che a proposito non ho sentito nulla alla radio. e quasi nulla sul web, sono giunto alla conclusione che doveva essere un uomo di scarsa importanza, anche se cattolico come il defunto presidente.
Bene, detto questo vi posto una intervista del presidente scomparso, non aggiungo nulla, perchè sono consapevole dei rischi legati all’emozione dovuta alla recente dipartita, emozione che mi renderebbe poco obiettivo. Credo che a volte poche parole dette valgano più di mille “coccodrilli”.

«Presidente Cossiga, pensa che minacciando l’uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? »
“Dipende, se ritiene d’essere il Presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l’Italia è uno Stato debole, e all’opposizione non c’è il granitico PCI ma l’evanescente PD, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia”.
«Quali fatti dovrebbero seguire?»
“Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero Ministro dell’interno”
«Ossia?»
“In primo luogo, lasciar perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…”.
«Gli universitari, invece?»
“Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri” .
«Nel senso che… »
“Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano”.
«Anche i docenti? »
“Soprattutto i docenti”.
«Presidente, il suo è un paradosso, no?»
“Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!”


Ho letto e ho sentito

le testimonianze di persone che hanno partecipato alla prima e seconda guerra mondiale, e quasi tutte concordavano su tre punti che ora proverò a sintetizzare.
Negli uomini c’è una quantità di coraggio ben precisa e quando ne viene usata una parte occorre tempo perchè si rigeneri.
Ad esempio un soldato sbarca su una spiaggia della Normandia ed è capace di gesta coraggiosissime, poi col tempo il suo coraggio viene meno, progressivamente, e, se continuerà a combattere, finirà come un coniglio tremante in una buca, dentro ad una foresta francese.
In guerra i freni inibitori si allentano col passar del tempo e la conoscenza della morte si approfondisce, fino al punto di spogliarla di ogni misticismo e di “normalizzarla”.
In guerra gli uomini parlano poco e il loro linguaggio si impoverisce, si usano pochissime parole, che perdono ogni ambiguità assumendo un unico significato. Anche la struttura del linguaggio diventa molto semplice e l’ipotassi scompare.
Naturalmente le cause sono molteplici, ma una di esse è il minor ricorso all’inconscio collettivo, quasi come se si scegliessero pochi endocetti e miti. Ovviamente ci sono anche le eccezioni, ma mai su tutti e tre i punti contemporaneamente, almeno che io sappia.
Trovo che ci siano alcune analogie con i giovani dell’attuale europa, in particolare su due punti.
I giovani hanno una conoscenza distorta o mancante riguardo alla morte, con conseguenze sui loro freni inibitori. Il linguaggio attuale presenta un lessico molto scarso e strutture assai semplici.
Certamente le cause sono ben diverse e, a mio parere, possono essere riassunte brevemente in questo modo: durante la pace c’è la ricerca del piacere e si rifugge dal dolore, in guerra si agisce in funzione della sopravvivenza.
Tuttavia in tutte e due i casi il contesto è favorevole alla nascita di nuovi miti, dato che l’inconscio collettivo risulta momentaneamente “impoverito” ed è per questo particolarmente ricettivo.
Però solo nel caso una guerra i nuovi miti sono destinati a durare, una guerra che può anche rafforzare e consolidare miti nati in tempo di pace.
Bene, credo che sia giunto il momento di scendere sul campo di battaglia.

Barthes diceva che

il mito è una parola. Io non concordo in toto con il suo pensiero, vi riporto però una sua constatazione, certamente condivisibile.
“…si possono concepire miti molto antichi, non ne esistono di eterni; perchè è la storia umana che fa passare il reale allo stato di parola, ed essa sola regola la vita e la morte del linguaggio mitico. Lontana o no, la mitologia può avere solo un fondamento storico, perchè il mito è una parola scelta dalla storia: il mito non può sorgere dalla ‘natura’ delle cose”.
Dobbiamo dunque scandagliare la storia per cercare di comprendere come si ‘formi’ un mito e come un artista possa in seguito intervenire su di esso. E’ mia convinzione che tutte le mitologie vengano alla luce e/o subiscano significativi cambiamenti durante un conflitto, in particolare in alcuni momenti dello stesso.
Facciamo un esempio considerando il Vecchio Testamento.
Sappiamo che il popolo ebraico fuggì dall’ Egitto dopo una dura battaglia tra Mosè e il faraone, perchè di una vera e propria lotta si trattò, che portò alla morte di uomini e animali.
La narrazione biblica ci restituisce un Mosè iracondo, che uccide d’impulso un egiziano e poi fugge, che spezza le tavole della legge, insomma una persona piuttosto incazzosa. Michelangelo ci racconta diversamente il nostro furibondo ebreo, e lo fa con la famosa statua che si trova a Roma.
Freud scrisse un saggio molto interessante a riguardo, intitolato “Der Moses des Michelangelo”, in cui analizza la postura della statua e conclude dicendo che il Mosè michelangiolesco è un uomo che sa trattenere la sua ira , preservando le tavole invece di distruggerle.
Poi il famoso psicanalista si lancia in una complessa deduzione sul carattere dell’artista e quello di papa Giulio, io mi fermo alla riscrittura di un mito, che stempera un feroce racconto veterotestamentario in una più riflessiva e trattenuta parabola cristiana.
Naturalmente anche le mitologie di pace possono essere ‘trasformate’ da un artista, un esempio lo possiamo vedere in un’opera di Saramago: Cecità, dove la mitologia dell’amore cristiano e della compassione viene ricondotta ad una dimensione più umana e addirittura animale.
Bene, se siete d’accordo con quanto detto da Barthes, domani cominceremo a parlare di battaglie e di desideri umani.

Vi ho finora parlato

di mitologie di pace e di guerra, proviamo ora a fare qualche esempio ed ulteriore suddivisione, senza però scendere troppo del dettaglio, cosa che ritengo inutile per i nostri futuri ragionamenti.

Un tipo di mitologia di pace aborrisce il conflitto e mira ad un mondo senza guerre, un futuro, più o meno lontano, in cui gli esseri viventi potranno vivere in pace ed armonia.
Un secondo tipo, con connotazioni religiose, prescrive condotte i vita, che permetteranno il raggiungimento di uno stato paradisiaco di felicità o di annientamento del dolore.
Esempi del primo tipo sono il confucianesimo e il taoismo, che suggeriscono la possibilità di raggiungere un armonia già insita nell’ordine naturale delle cose. L’armonia deve essere dunque un modello di vita, e i due principi yin e yang dovranno essere tenuti in costante equilibrio.
Esempi del secondo tipo sono alcune sette cristiane e induiste, credo che avrete un po’ tutti sentito parlare di quei monaci che filtrano addirittura l’acqua per evitare di bere microorganismi. Queste mitologie sono rivolte, focalizzano, un mondo superiore, che potrà essere raggiunto alla fine della vita, la morte diventa dunque desiderabile, a patto che si sia “pronti”. Ad esempio un monaco giainista mira alla morte, ma essa deve sopraggiungere solo quando il desiderio di vita è completamente assente, altrimenti si ricade nel ciclo delle nascite.

Le mitologie di guerra, a loro volta possono essere divise in due tipi.
In un caso nasceranno dal riconoscimento dell’ opportunità di incrementare il benessere economico e spirituale attraverso il conflitto. In esse le divinita non saranno mai nettamente schierate a favore di uno o dell’altro contendente ed i guerrieri, i loro atti, saranno giudicati in modo indipendente dal loro status di attaccanti o difensori, in base all’appertenenza ad un canone etico ed estetico.
Faccio l’esempio dell’ Iliade in cui ci sono eroi in entrambi gli schieramenti e l’intervento divino è variamente distribuito. Notate che un poema scritto dai vincitori esalta tuttavia le virtù di un Ettore, eticamente ed esteticamente perfetto, mentre denigra e insulta un Tersite, greco, ma  lontano dal modello ideale di eroe e guerriero.
Nel secondo caso la mitologia di guerra trae origine dalla definizione di un popolo eletto che si contrappone al male e cerca l’annientamento del malvagio, ed assume una connotazione razziale e spaziale ben precisa.
La guerra sarà combattuta per far trionfare il bene e il popolo eletto, e sarà caratterizzata da una forte componente mistica e religiosa. Un esempio classico è costituito dall’ Antico Testamento, in cui si leggono incitamenti al massacro e alla preservazione della razza (se qualcuno volesse farsene un’idea provi a leggere, ad es., Deuteronomio, 7:1-6).

Oggigiorno credo che il mondo sia prevalentemente influenzato dalle mitologie di guerra, in particolare l’Europa, punto nevralgico per la diffusione di miti. Ancora oggi siamo soggetti ad una mitologia fortemente ispirata dal nazismo e da alcuni avvenimenti della seconda guerra mondiale. Ecco perchè mi arrabbio quando vedo una ragazza afghana senza naso sbattuta in copertina, è un chiaro prodotto di una mitologia di guerra, il mito dell’avversario barbaro e inferiore, crudele e assassino, contrapposto a quello dell’ occidentale civile e compassionevole, mentre ben sappiamo come anche in occidente si massacrino le donne. Poi, naturalmente, l’avversario può anche essere davvero crudele e barbaro, ma agire in base ad un mito o ad un dato di fatto è cosa ben diversa.
Vabbè, per il momento non addentriamoci in casi particolari, aggiungo solo che ogni mitologia (di guerra) si modifica e completa nel corso di un particolare evento bellico. Per meglio capire il mito e come si evolva e modifichi dovremo dunque prendere in esame alcune guerre e battaglie.

Un brano tratto da una

lettura universitaria che J. Campbell tenne nel 1967.

Per ovvie ragioni le mitologie di guerra sono più numerose delle mitologie di pace; infatti, non solo i conflitti fra i vari gruppi hanno sempre costituito la norma nell’esperienza umana, ma è innegabile, anche se crudele, che uccidere è il requisito indispensabile per vivere: la vita vive della vita, si nutre di vita, altrimenti non esisterebbe. Per alcuni questa terribile necessità è fondamentalmente inaccettabile e ad essa hanno reagito creando mitologie di un genere teso alla pace perpetua. Tuttavia, queste popolazioni, non sopravvissero nel corso di ciò che Darwin definì ‘la lotta universale per la vita’; resistettero piuttosto quei popoli che hanno accettato e si sono inseriti nella natura violenta della vita terrena. Molto semplicemente, le nazioni, le tribù educate attraverso le mitologie di guerra sono sopravvissute per tramandare ai loro discendenti l’intero corpo dei miti e delle tradizioni che avevano sostenuto la loro esistenza…Più di una mente sensibile, reagendo a questa verità non certo bene accetta, ha trovato intollerabile la natura e ha screditato i più forti, dunque i più preparati a vivere, classificandoli come malvagi, cattivi e mostruosi. e creando, come ideale opposto, il modello di colui che porge l’altra guancia e il cui regno non è di questo mondo”.

Prima di iniziare a parlare di mitologie

di guerra e di pace, un paio di considerazioni sul riso e sulla comicità.
L’uomo è dotato, unico tra gli animali, di un sviluppato senso dell’umorismo, che si esplica solo ed esclusivamente nei confronti dei suoi simili. Bergson scrisse che: “Non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano”, e comprese che non può esserci divertimento se c’è compassione. Ridere è sempre un atto di crudeltà, più o meno accentuata. Naturalmente se rido guardando un film comico, in cui un protagonista cade in un tombino aperto, non sono certo un mostro, visto che so benissimo che nessuno si è fatto male, diverso il caso di un torturatore che si diverte guardando i contorcimenti delle sue vittime, questo dimostrerebbe un’assoluta mancanza di compassione e di empatia.
Un paio di domande su cui riflettere:
Se ho perso la consapevolezza della morte, se non conosco il dolore, non pensate che tenderei a divertirmi molto di più?
Chi meglio di un comico, un buffone, potrebbe narrare storie che provocano la risata e scacciano la compassione?

Ho parlato della consapevolezza della morte

e dell’ impoverimento dei vecchi miti. Ora vorrei spiegare come una “non conoscenza” può essere causa di un profondo cambiamento nella mitologia e, in certi casi, possa portare alcuni miti sulla strada dell’ estinzione o della riformulazione.
Prima però voglio chiarire che il mio non sarà un discorso accademico, per questo non citerò fonti, se non nel caso di un virgolettato,  e mi limito a dirvi che farò riferimento ad alcuni autori e filosofi, principalmente a: Barthes, Campbell, Bergson, Kant, Jung e Nietzsche, naturalmente se qualcuno lo desidera posso fornire una breve bibliografia. Ah, non voglio nemmeno essere troppo formale, però non posso esimermi del tutto da una necessaria precisione e sistematizzazione.
Bene, inizio con il cercare di illustrare alcuni concetti, molte volte citati e quasi mai spiegati. Credo che indagando su alcuni aspetti della semiotica possiamo anche facilmente capire cosa significhi l’”impoverimento di un mito”.
Cercherò di semplificare, del resto non sono un accademico e nemmeno un filosofo, sono consapevole comunque che una corretta trattazione del mito abbisognerebbe del concetto di significazione e di metalinguaggio, ma direi che per il momento possiamo fregarcene.
Partiamo da due termini: significante e significato, ed esaminiamoli.
Definisco il significante come una forma, che può essere percepita visivamente o ascoltata.
Definisco il significato come un concetto che esprime una parte di realtà percepita dai sensi,  o di un’ idea.
Detto così si capisce poco o niente, vero? Facciamo dunque un esempio, non strettamente linguistico.
Supponiamo che molto tempo fa gli uomini esprimessero i loro pareri tramite votazioni informali, magari usando pezzetti di argilla con delle incisioni.
Un incisione rappresentava un particolare parere, ad esempio una A era usata per indicare una negazione. In questo caso abbiamo un significante: la A, e un significato: la negazione. Dall’unione di significante e significato nasce il segno: A.
Può succedere che un significante si leghi fortemente ad un solo significato intersoggettivo ed evocativo, in questo caso non si ha più un segno, ma un simbolo.
Se la A viene usata per indicare una condanna a morte,  in una votazione (ad es. processo) o in un’estrazione a sorte (ad es. decimazione) è molto probabile che con il tempo diventerà un simbolo della morte stessa. In questo caso chi vedrà una A penserà alla morte, il simbolo evocherà l’immagine della nera signora e provocherà timore reverenziale o addirittura paura. Il simbolo entrerà così a far parte dell’immaginario collettivo e anche chi lo vede per la prima volta ne sarà turbato.
Però perchè ciò sia possibile occorre che contemporaneamente al simbolo in oggetto sia presente nell’immaginario collettivo l’idea di morte.
Dunque se indeboliamo o cancelliamo l’idea, la conoscenza, della morte, anche il simbolo perderà il suo “potere” e ritornerà ad essere un semplice segno (negazione della vita). Allo stesso modo una mitologia che è “costruita” usando questo simbolo risulterà indebolita e potrà estinguersi.
Ok, fin qui ci siamo, vero?
Domani vi parlerò della comicità, poi saremo “pronti” ad affrontare le mitologie di pace e di guerra.