Archivi per Sproloqui e Deliri

Ho letto e ho sentito

le testimonianze di persone che hanno partecipato alla prima e seconda guerra mondiale, e quasi tutte concordavano su tre punti che ora proverò a sintetizzare.
Negli uomini c’è una quantità di coraggio ben precisa e quando ne viene usata una parte occorre tempo perchè si rigeneri.
Ad esempio un soldato sbarca su una spiaggia della Normandia ed è capace di gesta coraggiosissime, poi col tempo il suo coraggio viene meno, progressivamente, e, se continuerà a combattere, finirà come un coniglio tremante in una buca, dentro ad una foresta francese.
In guerra i freni inibitori si allentano col passar del tempo e la conoscenza della morte si approfondisce, fino al punto di spogliarla di ogni misticismo e di “normalizzarla”.
In guerra gli uomini parlano poco e il loro linguaggio si impoverisce, si usano pochissime parole, che perdono ogni ambiguità assumendo un unico significato. Anche la struttura del linguaggio diventa molto semplice e l’ipotassi scompare.
Naturalmente le cause sono molteplici, ma una di esse è il minor ricorso all’inconscio collettivo, quasi come se si scegliessero pochi endocetti e miti. Ovviamente ci sono anche le eccezioni, ma mai su tutti e tre i punti contemporaneamente, almeno che io sappia.
Trovo che ci siano alcune analogie con i giovani dell’attuale europa, in particolare su due punti.
I giovani hanno una conoscenza distorta o mancante riguardo alla morte, con conseguenze sui loro freni inibitori. Il linguaggio attuale presenta un lessico molto scarso e strutture assai semplici.
Certamente le cause sono ben diverse e, a mio parere, possono essere riassunte brevemente in questo modo: durante la pace c’è la ricerca del piacere e si rifugge dal dolore, in guerra si agisce in funzione della sopravvivenza.
Tuttavia in tutte e due i casi il contesto è favorevole alla nascita di nuovi miti, dato che l’inconscio collettivo risulta momentaneamente “impoverito” ed è per questo particolarmente ricettivo.
Però solo nel caso una guerra i nuovi miti sono destinati a durare, una guerra che può anche rafforzare e consolidare miti nati in tempo di pace.
Bene, credo che sia giunto il momento di scendere sul campo di battaglia.

Barthes diceva che

il mito è una parola. Io non concordo in toto con il suo pensiero, vi riporto però una sua constatazione, certamente condivisibile.
“…si possono concepire miti molto antichi, non ne esistono di eterni; perchè è la storia umana che fa passare il reale allo stato di parola, ed essa sola regola la vita e la morte del linguaggio mitico. Lontana o no, la mitologia può avere solo un fondamento storico, perchè il mito è una parola scelta dalla storia: il mito non può sorgere dalla ‘natura’ delle cose”.
Dobbiamo dunque scandagliare la storia per cercare di comprendere come si ‘formi’ un mito e come un artista possa in seguito intervenire su di esso. E’ mia convinzione che tutte le mitologie vengano alla luce e/o subiscano significativi cambiamenti durante un conflitto, in particolare in alcuni momenti dello stesso.
Facciamo un esempio considerando il Vecchio Testamento.
Sappiamo che il popolo ebraico fuggì dall’ Egitto dopo una dura battaglia tra Mosè e il faraone, perchè di una vera e propria lotta si trattò, che portò alla morte di uomini e animali.
La narrazione biblica ci restituisce un Mosè iracondo, che uccide d’impulso un egiziano e poi fugge, che spezza le tavole della legge, insomma una persona piuttosto incazzosa. Michelangelo ci racconta diversamente il nostro furibondo ebreo, e lo fa con la famosa statua che si trova a Roma.
Freud scrisse un saggio molto interessante a riguardo, intitolato “Der Moses des Michelangelo”, in cui analizza la postura della statua e conclude dicendo che il Mosè michelangiolesco è un uomo che sa trattenere la sua ira , preservando le tavole invece di distruggerle.
Poi il famoso psicanalista si lancia in una complessa deduzione sul carattere dell’artista e quello di papa Giulio, io mi fermo alla riscrittura di un mito, che stempera un feroce racconto veterotestamentario in una più riflessiva e trattenuta parabola cristiana.
Naturalmente anche le mitologie di pace possono essere ‘trasformate’ da un artista, un esempio lo possiamo vedere in un’opera di Saramago: Cecità, dove la mitologia dell’amore cristiano e della compassione viene ricondotta ad una dimensione più umana e addirittura animale.
Bene, se siete d’accordo con quanto detto da Barthes, domani cominceremo a parlare di battaglie e di desideri umani.

Vi ho finora parlato

di mitologie di pace e di guerra, proviamo ora a fare qualche esempio ed ulteriore suddivisione, senza però scendere troppo del dettaglio, cosa che ritengo inutile per i nostri futuri ragionamenti.

Un tipo di mitologia di pace aborrisce il conflitto e mira ad un mondo senza guerre, un futuro, più o meno lontano, in cui gli esseri viventi potranno vivere in pace ed armonia.
Un secondo tipo, con connotazioni religiose, prescrive condotte i vita, che permetteranno il raggiungimento di uno stato paradisiaco di felicità o di annientamento del dolore.
Esempi del primo tipo sono il confucianesimo e il taoismo, che suggeriscono la possibilità di raggiungere un armonia già insita nell’ordine naturale delle cose. L’armonia deve essere dunque un modello di vita, e i due principi yin e yang dovranno essere tenuti in costante equilibrio.
Esempi del secondo tipo sono alcune sette cristiane e induiste, credo che avrete un po’ tutti sentito parlare di quei monaci che filtrano addirittura l’acqua per evitare di bere microorganismi. Queste mitologie sono rivolte, focalizzano, un mondo superiore, che potrà essere raggiunto alla fine della vita, la morte diventa dunque desiderabile, a patto che si sia “pronti”. Ad esempio un monaco giainista mira alla morte, ma essa deve sopraggiungere solo quando il desiderio di vita è completamente assente, altrimenti si ricade nel ciclo delle nascite.

Le mitologie di guerra, a loro volta possono essere divise in due tipi.
In un caso nasceranno dal riconoscimento dell’ opportunità di incrementare il benessere economico e spirituale attraverso il conflitto. In esse le divinita non saranno mai nettamente schierate a favore di uno o dell’altro contendente ed i guerrieri, i loro atti, saranno giudicati in modo indipendente dal loro status di attaccanti o difensori, in base all’appertenenza ad un canone etico ed estetico.
Faccio l’esempio dell’ Iliade in cui ci sono eroi in entrambi gli schieramenti e l’intervento divino è variamente distribuito. Notate che un poema scritto dai vincitori esalta tuttavia le virtù di un Ettore, eticamente ed esteticamente perfetto, mentre denigra e insulta un Tersite, greco, ma  lontano dal modello ideale di eroe e guerriero.
Nel secondo caso la mitologia di guerra trae origine dalla definizione di un popolo eletto che si contrappone al male e cerca l’annientamento del malvagio, ed assume una connotazione razziale e spaziale ben precisa.
La guerra sarà combattuta per far trionfare il bene e il popolo eletto, e sarà caratterizzata da una forte componente mistica e religiosa. Un esempio classico è costituito dall’ Antico Testamento, in cui si leggono incitamenti al massacro e alla preservazione della razza (se qualcuno volesse farsene un’idea provi a leggere, ad es., Deuteronomio, 7:1-6).

Oggigiorno credo che il mondo sia prevalentemente influenzato dalle mitologie di guerra, in particolare l’Europa, punto nevralgico per la diffusione di miti. Ancora oggi siamo soggetti ad una mitologia fortemente ispirata dal nazismo e da alcuni avvenimenti della seconda guerra mondiale. Ecco perchè mi arrabbio quando vedo una ragazza afghana senza naso sbattuta in copertina, è un chiaro prodotto di una mitologia di guerra, il mito dell’avversario barbaro e inferiore, crudele e assassino, contrapposto a quello dell’ occidentale civile e compassionevole, mentre ben sappiamo come anche in occidente si massacrino le donne. Poi, naturalmente, l’avversario può anche essere davvero crudele e barbaro, ma agire in base ad un mito o ad un dato di fatto è cosa ben diversa.
Vabbè, per il momento non addentriamoci in casi particolari, aggiungo solo che ogni mitologia (di guerra) si modifica e completa nel corso di un particolare evento bellico. Per meglio capire il mito e come si evolva e modifichi dovremo dunque prendere in esame alcune guerre e battaglie.

Un brano tratto da una

lettura universitaria che J. Campbell tenne nel 1967.

Per ovvie ragioni le mitologie di guerra sono più numerose delle mitologie di pace; infatti, non solo i conflitti fra i vari gruppi hanno sempre costituito la norma nell’esperienza umana, ma è innegabile, anche se crudele, che uccidere è il requisito indispensabile per vivere: la vita vive della vita, si nutre di vita, altrimenti non esisterebbe. Per alcuni questa terribile necessità è fondamentalmente inaccettabile e ad essa hanno reagito creando mitologie di un genere teso alla pace perpetua. Tuttavia, queste popolazioni, non sopravvissero nel corso di ciò che Darwin definì ‘la lotta universale per la vita’; resistettero piuttosto quei popoli che hanno accettato e si sono inseriti nella natura violenta della vita terrena. Molto semplicemente, le nazioni, le tribù educate attraverso le mitologie di guerra sono sopravvissute per tramandare ai loro discendenti l’intero corpo dei miti e delle tradizioni che avevano sostenuto la loro esistenza…Più di una mente sensibile, reagendo a questa verità non certo bene accetta, ha trovato intollerabile la natura e ha screditato i più forti, dunque i più preparati a vivere, classificandoli come malvagi, cattivi e mostruosi. e creando, come ideale opposto, il modello di colui che porge l’altra guancia e il cui regno non è di questo mondo”.

Prima di iniziare a parlare di mitologie

di guerra e di pace, un paio di considerazioni sul riso e sulla comicità.
L’uomo è dotato, unico tra gli animali, di un sviluppato senso dell’umorismo, che si esplica solo ed esclusivamente nei confronti dei suoi simili. Bergson scrisse che: “Non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano”, e comprese che non può esserci divertimento se c’è compassione. Ridere è sempre un atto di crudeltà, più o meno accentuata. Naturalmente se rido guardando un film comico, in cui un protagonista cade in un tombino aperto, non sono certo un mostro, visto che so benissimo che nessuno si è fatto male, diverso il caso di un torturatore che si diverte guardando i contorcimenti delle sue vittime, questo dimostrerebbe un’assoluta mancanza di compassione e di empatia.
Un paio di domande su cui riflettere:
Se ho perso la consapevolezza della morte, se non conosco il dolore, non pensate che tenderei a divertirmi molto di più?
Chi meglio di un comico, un buffone, potrebbe narrare storie che provocano la risata e scacciano la compassione?

Ho parlato della consapevolezza della morte

e dell’ impoverimento dei vecchi miti. Ora vorrei spiegare come una “non conoscenza” può essere causa di un profondo cambiamento nella mitologia e, in certi casi, possa portare alcuni miti sulla strada dell’ estinzione o della riformulazione.
Prima però voglio chiarire che il mio non sarà un discorso accademico, per questo non citerò fonti, se non nel caso di un virgolettato,  e mi limito a dirvi che farò riferimento ad alcuni autori e filosofi, principalmente a: Barthes, Campbell, Bergson, Kant, Jung e Nietzsche, naturalmente se qualcuno lo desidera posso fornire una breve bibliografia. Ah, non voglio nemmeno essere troppo formale, però non posso esimermi del tutto da una necessaria precisione e sistematizzazione.
Bene, inizio con il cercare di illustrare alcuni concetti, molte volte citati e quasi mai spiegati. Credo che indagando su alcuni aspetti della semiotica possiamo anche facilmente capire cosa significhi l’”impoverimento di un mito”.
Cercherò di semplificare, del resto non sono un accademico e nemmeno un filosofo, sono consapevole comunque che una corretta trattazione del mito abbisognerebbe del concetto di significazione e di metalinguaggio, ma direi che per il momento possiamo fregarcene.
Partiamo da due termini: significante e significato, ed esaminiamoli.
Definisco il significante come una forma, che può essere percepita visivamente o ascoltata.
Definisco il significato come un concetto che esprime una parte di realtà percepita dai sensi,  o di un’ idea.
Detto così si capisce poco o niente, vero? Facciamo dunque un esempio, non strettamente linguistico.
Supponiamo che molto tempo fa gli uomini esprimessero i loro pareri tramite votazioni informali, magari usando pezzetti di argilla con delle incisioni.
Un incisione rappresentava un particolare parere, ad esempio una A era usata per indicare una negazione. In questo caso abbiamo un significante: la A, e un significato: la negazione. Dall’unione di significante e significato nasce il segno: A.
Può succedere che un significante si leghi fortemente ad un solo significato intersoggettivo ed evocativo, in questo caso non si ha più un segno, ma un simbolo.
Se la A viene usata per indicare una condanna a morte,  in una votazione (ad es. processo) o in un’estrazione a sorte (ad es. decimazione) è molto probabile che con il tempo diventerà un simbolo della morte stessa. In questo caso chi vedrà una A penserà alla morte, il simbolo evocherà l’immagine della nera signora e provocherà timore reverenziale o addirittura paura. Il simbolo entrerà così a far parte dell’immaginario collettivo e anche chi lo vede per la prima volta ne sarà turbato.
Però perchè ciò sia possibile occorre che contemporaneamente al simbolo in oggetto sia presente nell’immaginario collettivo l’idea di morte.
Dunque se indeboliamo o cancelliamo l’idea, la conoscenza, della morte, anche il simbolo perderà il suo “potere” e ritornerà ad essere un semplice segno (negazione della vita). Allo stesso modo una mitologia che è “costruita” usando questo simbolo risulterà indebolita e potrà estinguersi.
Ok, fin qui ci siamo, vero?
Domani vi parlerò della comicità, poi saremo “pronti” ad affrontare le mitologie di pace e di guerra.

Polemologia, mitologia, estetica, etica e fantastico.

Su queste parole sto riflettendo molto, e i miei ultimi post sono generati da queste riflessioni. Però, visto che siamo in “summer edition”, provo a staccarmi dall’usuale stile del bolg, iniziando un discorso un po’ meno sproloquiante e inconcludente, anche se il web non è un mezzo del tutto adatto.
La polemologia studia la guerra in tutte le sue forme, e deve necessariamente tener conto dell’aggressività umana. Lo studio delle specie animali ha mostrato che l’aggressività è sempre soggetta a freni inibitori, attivati dal comportamento dell’avversario. I lupi, animali dotati di notevole forza e dentatura, si bloccano e non infieriscono su un avversario se questo si accuccia e mostra la gola. In questo modo un forte freno inibitore consente il risparmio di energie e evita inutili uccisioni. Altri animali inibiscono l’avversario con la fuga, come ad esempio i colombi, cosicchè se un avversario fugge non lo si insegue.
Se si interviene sui freni inibitori, impedendo la loro attivazione, il risultato è sempre il massacro di uno dei due contendenti. Se due colombi sono costretti in una gabbia, in caso di contesa uno dei due finirà beccato a morte, con gli occhi strappati.
L’uomo è un animale dalla mente assai complessa e pure i suoi freni inibitori, di conseguenza, lo sono.
Essenzialmente siamo frenati dalla vista del nemico implorante e dalla vicinanza, e nel tempo questi freni non sono cambiati. E’ però cambiata la nostra aggressività, mediamente saremmo un po’ turbati se si trattasse di sfondare il cranio ad un nemico con una mazza. Tuttavia la minore aggressività è stata “compensata” dalla tecnologia, con la creazione di armi che uccidono a distanza. Oggi si possono uccidere e dilaniare uomini senza vederli, ad esempio sganciando una bomba.
I nostri freni inibitori però sono ancora in parte efficaci, perchè l’uomo, a differenza degli animali, è dotato di immaginazione e di un sofisticato linguaggio. Ultimamente però stiamo correndo un grave rischio, derivante dall’occultamento della morte e della sofferenza.
Nella società attuale si tende a nascondere il dolore ed il significato della morte.
Io da piccolo ho ucciso: polli, conigli, e ho visto uccidere: maiali, vitelli. Avevo dunque fin da bambino una consapevolezza della morte e sapevo riconoscerla. L’inconscio e l’immaginario della mia generazione consentono la presenza di freni inibitori derivanti dalla conoscenza della morte. Un ragazzo odierno invece, in molti casi non sa cosa sia la morte, e per questo non avrà un freno inibitore che gli impedisca di causarla. Alla mancanza di freni aggiungiamo un linguaggio che si modifica escludendo i simboli del dolore e della morte, andando così a modificare, impoverendoli, i vecchi miti. Da tutto questo deriva anche un cambiamento dell’ inconscio collettivo, ovvero, detto molto in soldoni, di quella parte di pensiero comune a tutti gli uomini.
Ok, fin qui ci siamo? Dubbi? Domande?

Lyon Sprague de Camp ci dice che:

“Col termine Heroic Fantasy si indica quel genere di storie ambientate non nel mondo come è, era o sarà, ma come dovrebbe essere per ambientarvi un buon racconto.”
Ecco, io estenderei questo concetto a tutto il fantasy, e direi che il mondo. il circostante, assume un’importanza che non si riscontra in nessun altro genere.
Da questo deriva anche l’ingannevole e apparente facilità del fantasy, cosa che ha tratto in inganno parecchi esordienti.
O no?

Cyrano

Venite pure avanti, voi con il naso corto,
signori imbellettati, io più non vi sopporto!
Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio
perché con questa spada vi uccido quando voglio.

Venite pure avanti poeti sgangherati,
inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza
avrete soldi e gloria ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finché dura
ché il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura
e andate chissà dove per non pagar le tasse
col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna
però non la sopporto la gente che non sogna.
Gli orpelli? L’arrivismo? All’amo non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco.

Facciamola finita, venite tutti avanti
nuovi protagonisti, politici rampanti;
venite portaborse, ruffiani e mezze calze,
feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte;
coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese
in questo benedetto assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch’io sono sbagliato,
spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco.

Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz’ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d’essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo ma sono triste
perché Rossana è bella, siamo così diversi;
a parlarle non riesco, le parlerò coi versi.

Venite gente vuota, facciamola finita:
voi preti che vendete a tutti un’altra vita;
se c’è come voi dite un Dio nell’infinito
guardatevi nel cuore, l’avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso
che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti,
per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco.

Io tocco i miei nemici col naso e con la spada
ma in questa vita oggi non trovo più la strada,
non voglio rassegnarmi ad essere cattivo
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo;
dev’esserci, lo sento, in terra in cielo o un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole;
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perché ormai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo Cyrano…

F.Guccini

Benedetto Croce non mi ha mai

“entusiasmato”. Quello che scrive all’ inizio della sua Estetica è troppo assoluto e sistematico.

“La conoscenza ha due forme: è conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per fantasia o conoscenza per intelletto; conoscenza dell’ individiuale o conoscenza dell’universale; delle cose singole ovvero delle loro relazioni; è, insomma, o produttrice di immagini, o produttrice di concetti.”

Però sono disposto a “perdonarlo”, poichè amava leggere Dumas e lo apprezzava. Così vi riporto nuovamente quanto scrisse a riguardo.

Non provo il rossore di cui altri sentirebbe inondato il volto nel dire che mi piacciono e giudico condotti con grande brio e spregiudicatezza i Tre Moschettieri di Alessandro Dumas padre. Ancora molti li leggono e li godono senza nessuna offesa alla poesia, ma nascondono in seno il loro compiacimento come si fa per gli illeciti diletti; ed è bene incoraggiarli a deporre la falsa vergogna e il congiunto imbrazzo”

Anche Eco scrisse a proposito dei Tre Moschettieri.

“I Tre Moschettieri non sarà un’opera d’arte nel senso che la moderna terminologia estetica conferisce a questo termine…ma proprio in questi limiti è un’opera appassionante…In un certo senso e in un certo tipo di memoria popolare d’Artagnan vale Ulisse o Orlando”